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15 giugno 2016 Ultimo aggiornamento alle 08:30

Bankitalia: «Nella crisi famiglie umbre arricchite ininterrottamente». Come è possibile?

Dati sorprendenti: nel periodo 2005-2014 ricchezza pro capite da 112 a 121 mila euro. La spiegazione: è cresciuta la diseguaglianza sociale

Bankitalia: «Nella crisi famiglie umbre arricchite ininterrottamente». Come è possibile?

di Ivano Porfiri

In Umbria la crisi economica ha fatto arricchire le famiglie. Può sembrare un paradosso, se si pensa alla perdita di potere di acquisto dei redditi, all’aumento della disoccupazione e della precarietà, alla fetta crescente di persone povere. Eppure, stando alla Banca d’Italia «nel periodo 2005-2014 la ricchezza netta totale delle famiglie umbre, misurata a prezzi correnti, è aumentata quasi ininterrottamente». Lo rivela uno degli approfondimenti al Rapporto sull’Economia in Umbria del 2016.

I numeri A fine 2014 la ricchezza netta delle famiglie ammontava a 108 miliardi, pari a 6,6 volte il reddito disponibile lordo. L’incremento complessivo della ricchezza è stata del 14% in dieci anni e quella pro capite è passata da 112 mila nel 2005 a 121 mila nel 2014 (comunque  inferiore di oltre un quinto a quella media nazionale).

Immobili e rendite Come è costituita questa ricchezza? Per il 61,2 per cento da attività reali ovvero beni fisici come immobili, terreni, beni di consumo durevole, pari a 83 mila euro pro capite (nel 2005 erano 71.300). Parlando solo di abitazioni, nel decennio il loro valore è salito del 25,2 per cento, anche se in realtà la crescita si è fermata al 2011 seguita da un calo lieve ma progressivo. Il resto della ricchezza è costituita da attività finanziarie il cui valore è passato da 44,7 a 47,3 miliardi di euro. Per cui a fine 2014 la media pro capite era di poco inferiore a 53 mila euro (65 mila è la media italiana). Al netto delle passività finanziarie (mutui, prestiti, etc) essa ammontava a 2,1 volte il reddito disponibile.

Povertà aumenta Questi numeri inducono a una riflessione. Se è vero che – come rivela una ricerca dell’Aur – negli anni tra 2007 e 2013 le famiglie hanno tagliato in modo considerevole le spese: -32,3% per vestiario, -24,7% per mobili e servizi per la casa, ma anche quelle per la cura della salute (-17,1%) e quelle per i trasporti (-5,5%); se, sempre nel 2014, l’Istat stimava un aumento delle famiglie che vivevano sotto la soglia di povertà (l’8 per centro cioè 30 mila nuclei contro il 7,1 del 2013); se il 23,3% degli umbri era considerato a rischio povertà o esclusione sociale. Se questi dati sono veri, allora i conti da qualche parte non tornano.

Che succede? Anzi, forse tornano eccome per confermare come, nel periodo della crisi più grave del dopoguerra, si sia andato progressivamente ampliando il solco tra i ricchi e i poveri. In sede di presentazione del Rapporto Bankitalia, il direttore della filiale di Perugia Marco Ambrogi ha commentato dicendo che «considerando l’andamento dei redditi, è chiaro che è la parte delle rendite (immobili e finanziarie) ad aver consentito queste dinamiche positive, ed è palese che non sono le famiglie a basso reddito a fare investimenti finanziari». Ecco, allora, la spiegazione di dati apparentemente discordanti. L’indice Gini, con cui si misura proprio la disuguaglianza sociale, è andato progressivamente crescendo dal 2010. «In quell’anno – osserva l’ultimo rapporto Istat sulla povertà – nella regione il tasso di povertà relativa delle famiglie era al di sotto del 5% e in termini di popolazione pari al 7,7%. Solo due anni dopo, quel 5% balza all’11% e il 7,7% a quasi il 15%». Intanto, però, c’era chi si arricchiva e sta continuando a farlo.

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