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domenica 16 gennaio - Aggiornato alle 20:15

Un altro modello di calcolo della pandemia: «La curva scende. Ma è più lenta di quando saliva»

Lo statistico con il metodo Covindex: «Entro fine mese dimezziamo il dato di positivi di una settimana fa. Omicron lento a sparire»

di Maurizio Troccoli

La curva del covid, in Umbria, ha cominciato a scendere. La notizia è stata ufficialmente annunciata dalla Regione nel punto stampa di giovedì e vede d’accordo anche la statistica che utilizza un modello matematico differente da quello della cabina dell’emergenza. Lo spiega, Luca Scrucca, docente di Statistica, all’università di Perugia che tiene a riferimento un parametro differente dal noto Rt (attualmente a 0,90 per l’Umbria rispetto a una media nazionale dell’1,33), che prende il nome di Covindex. E’ un modello complesso per il monitoraggio tempestivo della curva dei contagi. «L’Rt – spiega – prende in esame dei valori che sono datati di almeno due settimane, invece il Covindex, si basa sulla variazione settimanale della curva dei contagi restituendo uno scenario più aggiornato». «A partire da inizio dicembre scorso – aggiunge – abbiamo registrato un deciso aumento, superando la soglia di positività del 25% in media. Mentre da inizio gennaio, intorno al 3 e 4, è iniziato un lieve calo, che sta procedendo fino ad oggi. Parliamo di un deciso rallentamento della salita e i segni anche della discesa della curva». Provando a fare una proiezione Scrucca afferma che il tasso di positività sui tamponi eseguiti, potrebbe raggiungere, «entro fine mese, il 10% o valori vicini a questo dato, dimezzando, di fatto, il dato di una settimana fa».

I dati della Regione Contemporaneamente la Regione Umbria, con i sistemi di calcolo del nucleo epidemiologico, ha parlato di condizione «molto vicino al picco», con una curva epidemica che mostra una tendenza al rallentamento e un piccolo accenno alla stabilizzazione. Qui i dettagli

Solo tamponi molecolari Scrucca spiega che l’affermazione di una curva che ha iniziato a crescere di meno si basa sul calcolo dei positivi solo sui tamponi molecolari. «Questo permette – aggiunge – di avere un dato omogeneo. Fino al 15 gennaio del 2021, in Italia, sono stati diffusi soltanto i dati relativi ai tamponi molecolari. Poi sono stati presi in esame anche quelli relativi ai tamponi antigienici. Nei miei calcoli ho preferito continuare a prendere in esame il dato di positività solo sui tamponi molecolari, in modo da avere, un risultato maggiormente attendile».

I dati non vanno censurati L’esperto di statistica si dice contrario a quanto avanzato da alcune Regioni, in questi giorni, sull’ipotesi di interrompere la diffusione dei numeri sul contagio: «Un conto è stabilire le regole che si danno i giornalisti, nel tenere conto delle reazioni che si determinano sull’opinione pubblica e, in generale, sulla gente, altro è invece l’informazione da fornire alla comunità scientifica. Questa non deve assolutamente interrompersi, ma crescere».

Non esiste curva esponenziale Secondo le proiezioni di Scrucca non sarebbe poi così vero che della variante Omicron ci si liberi in fretta. «Secondo i nostri studi – spiega- la velocità con cui la curva è salita non è pari a quella con cui ha iniziato a scendere e scenderà. Pensiamo che Omicron sia stato più veloce nel diffondersi che nello scomparire». Inoltre precisa che «non esiste l’andamento esponenziale della curva. E’ un termine che andrebbe abolito. L’andamento esponenziale, all’infinito, porterebbe la curva a diventare verticale, significherebbe che, saremmo tutti morti. Invece possiamo avere anche forti aumenti, quali il raddoppio di positivi, ma vanno considerati sempre rispetto al lasso di tempo. Un conto cioè è raddoppiare in un giorno, un altro in dieci giorni».

Ricoveri in rapporto ai vaccinati Infine una puntualizzazione su cosa dicono i numeri rispetto alla popolazione vaccinata. «E’ ovvio – afferma – che avendo una grandissima fetta di popolazione vaccinata, poniamo dell’85%, tenuto conto di prime, seconde e terze dosi, hai anche una forte presenza di vaccinati  in ospedale in numeri assoluti, poiché questi sono rapportati a una base ampia. Per essere più chiari: se fossimo tutti vaccinati, i ricoverati covid sarebbero, appunto, tutti immunizzati, come anche i morti con il covid e quelli in terapia intensiva. Invece, va detto, che i calcoli vanno compiuti innanzitutto stratificando la popolazione per fasce d’età. E poi tenendo conto che una bassa popolazione di non vaccinati determina, in rapporto, un gran numero di ricoverati non vaccinati. I dati infatti dicono che il vaccino riduce fino al 90% la probabilità di morti e di ospedalizzazione in terapia intensiva, mentre riduce del 70% il rischio di contagio».

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