giovedì 3 dicembre - Aggiornato alle 14:09

Test rapidi, troppo bassi gli indicatori di attendibilità per quelli utilizzati in Umbria

Secondo quanto comunicato i dati relativi a specificità e sensibilità sono al di sotto di quanto necessario

Un test rapido

di Daniele Bovi

Le migliaia di test rapidi acquistati dalla Regione hanno dato risultati, riguardo ai due parametri fondamentali che ne misurano l’attendibilità, largamente inferiori agli standard. È essenzialmente questo il dato che si ricava dai numeri forniti venerdì da Palazzo Donini riguardo alla sperimentazione presentata alla fine di marzo. Gli strumenti utilizzati sono due: i test immunologici, cioè quelli che rilevano la presenza delle immunoglobuline ‘precoci’ (le IgM) e a lungo termine (le IgG), e i molecolari che individuano la presenza del virus nelle vie aeree. Dei primi, secondo quanto riferito da Palazzo Donini alla fine di marzo, ne sono stati acquistati 15 mila al prezzo di 16 euro l’uno, mentre i secondi costano 35 euro a kit (l’operazione è stata possibile grazie anche al contributo della Fondazione Cassa di risparmio di Perugia).

RIAPERTURA, LE PRIME LINEE GUIDA

I risultati I parametri da guardare sono due, ovvero sensibilità e specificità, che permettono di stabilire rispettivamente se il test sierologico è capace di individuare le persone positive (che non hanno cioè sviluppato anticorpi contro il virus) e quelle negative (che non hanno contratto l’infezione); quelli ritenuti abbastanza affidabili presentano valori dei parametri superiori al 95% anche se ciò, visto il pericolo costituito da risultati non corretti (i falsi positivi e i falsi negativi), non basta. In Umbria i sierologici e i molecolari sono stati impiegati in 1.180 casi, dei quali l’8,9% è risultato positivo al molecolare e il 27% al sierologico. Dal confronto dei risultati è venuto fuori che per quanto riguarda le IgM il risultato positivo «non ha caratteristiche di specificità tali da poter essere impiegato né a fini diagnostici né di sorveglianza epidemiologica».

I TEST RAPIDI ACQUISTATI

I dati Quanto alle IgG, «né la specificità (78%) né la sensibilità (72%) del test sierologico rispetto al molecolare consentono di considerarlo come un valido sostitutivo del test molecolare». Inoltre anche la capacità di individuare persone portatrici di virus, quindi potenzialmente infettive, è bassa (24%). Essenzialmente dunque in questa fase il potere predittivo di questo test è «la predizione negativa: se il test immunologico rapido è negativo per le IgG, nel 97% dei casi anche il tampone contestuale è negativo (97%)». Il tampone quindi, riconosciuto da tutti gli istituti scientifici internazionali, per la diagnosi rimane il gold standard mentre i test rapidi possono dare informazioni per capire se si è entrati in contatto col virus o se si è protetti, ma non fare diagnosi. Insomma, i sierologici sono una base di studio e servono per condurre indagini epidemiologiche al fine di capire la circolazione del virus.

Strategia Venerdì il direttore della Sanità Claudio Dario commentando i dati ha parlato di una «importante correlazione tra test sierologico positivo e tampone positivo fatto 15 giorni prima. Il kit scelto aveva di base ottimi dati dichiarati dalle ditte e, in accordo con l’Istituto superiore di sanità, abbiamo fatto una prova riscontrando una conferma dell’impostazione». Di sicuro il test rapido «non può essere sostitutivo della procedura standard e va integrato in una strategia che prevede un tampone di controllo o una verifica nel tempo. Lo screening sarà la vera attività del futuro per trovare gli asintomatici». Comunque sia, Dario ha aperto anche alla possibilità che i rapidi siano utilizzati dalle aziende nella fase 2: «Li potranno utilizzare – ha detto – su base volontaria e se saranno positivi si farà un tampone». E secondo una circolare delle ultime ore, i rapidi dovranno essere fatti ad esempio anche a chi entra in ospedale al pronto soccorso e ai ricoverati.

‘Patentini’ Di questi test si sta discutendo da tempo per una serie di ragioni. Le Regioni si sono mosse in ordine sparso (alcune spendendo meno dell’Umbria) tanto che il Comitato tecnico scientifico dell’Istituto superiore di sanità, a marzo, suggeriva cautela. Secondo alcuni poi la presenza di anticorpi sarebbe una specie di ‘bollino’ sul famigerato ‘patentino di immunità’, ma non è così. Al momento infatti non è chiaro se gli anticorpi prodotti garantiscano una copertura (parziale o completa) e quanto duri l’immunità; in ipotesi, quindi, non si potrebbe dare alcun ‘patentino’ se non ripetendo in modo costante il test. Temi su cui venerdì si è espresso in modo netto il virologo perugino Andrea Crisanti, direttore del laboratorio di microbiologia e virologia dell’Università di Padova: per Crisanti i sierologici sono molto limitati per quanto riguarda la diagnosi («i test immunologici sono un abuso della buona fede delle persone») e, quanto al ‘patentino’, «è una fantasia» dato che non ci sono certezze sugli anticorpi.

La call A livello nazionale però una strategia venerdì è stata tracciata. Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità, ha annunciato che «nelle prossime ore verrà resa pubblica una call per tutte le aziende che ritengono di avere dei test che rispondono alle caratteristiche individuate dal Comitato tecnico scientifico». La call sarà aperta per 5 giorni, dopo i quali sarà selezionato il test «per la conduzione di questo studio di sieroprevalenza su un campione di 150 mila italiani, scelti in collaborazione con Istat in funzione del genere, di 6 fasce d’età, di rappresentazione regionale e anche profili lavorativi». «I test – ha aggiunto – ci permetteranno di condurre lo studio di sieroprevalenza, per la determinazione della percentuale di italiani contagiati dal coronavirus».

Rsa, carceri e reagenti Tornando all’Umbria, si è concluso lo screening che ha riguardato case di riposo e carceri. Tamponi sono stati fatti al 29% degli ospiti (13 i positivi) e al 38% degli operatori (19 i contagiati); quanto ai penitenziari, su 175 tamponi solo un detenuto (in arrivo da Bologna e subito isolato) è risultato positivo. Un contagio anche tra gli agenti della penitenziaria, al 92% dei quali è stato fatto il tampone. Fondamentale è la disponibilità di reagenti, che scarseggiano ovunque, motivo per cui il rettore dell’Università Maurizio Oliviero venerdì ha spiegato che l’Ateneo «ha iniziato a lavorare per la produzione dei reagenti di alta qualità, facendo sì che in Umbria sia stata garantita la continuità della rilevazione dei casi di contagio. Nei laboratori universitari siamo in grado di produrre anche disinfettanti e antivirali. È stata avviata, inoltre, una valutazione sulle tipologie di mascherine per la protezione individuale».

Twitter @DanieleBovi

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