sabato 20 gennaio - Aggiornato alle 00:36

I terremoti si possono prevedere? Dai metalli nelle acque al gas radon: «Studiare di più i precursori sismici»

Gli appelli del biologo folignate Paolo Innocenzi e le recenti ricerche universitarie: «Ma per un modello predittivo serviranno decenni»

Analisi Ingv su pozzo caldo a Spoleto

di Andrea Luccioli

Partiamo dalla fine iniziando con una premessa. A Foligno, nel 2001, si tenne un convegno su “Acque e Terremoto” in cui vennero evidenziate le modifiche avvenute, ante e post terremoto del 27 settembre 1997, alle caratteristiche chimico-fisiche delle acque destinate al consumo umano del territorio colpito dal sisma umbro-marchigiano. Cosa emerse da quell’incontro? Che la ricerca scientifica, specie se coordinata, può fornire segnali in tempi rapidi sui fenomeni che indicano che qualcosa sta cambiando nel sottosuolo. Parliamo dei precursori sismici, ovvero quei “segnali” della Terra che se intercettati possono migliorare il sistema di prevenzione dei terremoti. Al centro di quel convegno ci furono i dati scientifici rilevati dal biologo folignate Paolo Innocenzi, la cui ricerca (a firma A. Bazzoffia, chimico folignate, F. Italiano INGV Palermo, A. Caracausi INGV Palermo, P. Innocenzi, biologo Vus Spa e G. Martinelli, tecnico Arpa Emilia-Romagna Centro eccellenza acque), fece molto clamore all’epoca, ma poi, per mancanza di fondi (e di lungimiranza da parte delle Istituzioni di allora?), è rimasta nei cassetti e nelle riviste specializzate. Le sue tesi, elaborate insieme ad altri professionisti, sono tornate prepotentemente alla ribalta alla luce dello sciame sismico che sta colpendo il Centro Italia da agosto. Dopo le scosse che hanno distrutto Amatrice, infatti, il dibattito sui precursori sismici e sull’analisi delle sorgenti idriche si è fatto di nuovo acceso. Così, ad esempio, Giampaolo Giuliani, l’ex tecnico dei Laboratori nazionali del Gran Sasso che fece scalpore ai tempi del terremoto de L’Aquila del 2009, è tornato a riaffermare pubblicamente la sua teoria del gas radon come valido indicatore dell’arrivo di un terremoto. Tesi, quelle sulla prevedibilità dei terremoti, seccamente smentita invece da Alessandro Amato, ricercatore del Centro nazionale terremoti presso l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia che, sulla propria pagina Facebook, ha spiegato come prima del sisma di Amatrice non ci sia stato alcun foreshock (scosse preliminari di un terremoto) capace di segnalare quello che stava per accadere.

Ma a far riaccendere la luce sull’analisi chimica delle acque in relazione alle scosse sismiche è stata soprattutto Fedora Quattrocchi, sismogeochimica dirigente di ricerca dell’Ingv che, in queste settimane, ha riproposto il tema della ricerca “di breve periodo” intorno ai terremoti e ai loro precursori (la stessa ricercatrice sta da tempo lavorando sui pozzi di acqua calda comparsi a San Giovanni Profiamma, Icciano di Spoleto e San Martino in Trignano).
In diverse interviste che sono finite, tra le altre, anche sulle colonne del Sole 24Ore, Quattrocchi ha riportato al centro del dibattito la questione e l’urgenza dello studio, attraverso dei campionamenti delle sorgenti idriche, dei cambiamenti chimici che avvengono nelle acque a ridosso e durante i fenomeni sismici. Dopo la scossa del 24 agosto, infatti, la ricercatrice dell’INGV ha avviato una serie di verifiche sulle sorgenti nella zona dei Sibillini notando delle anomalie: dall’abbassamento di mezzo metro della sorgente dei bagni di Triponzo fino alle modifiche del contenuto di idrogeno nell’acqua in altre sorgenti. Alterazioni che, ha spiegato Quattrocchi, sono segnali da studiare ma su cui al momento – questa l’amara chiosa – pare che nessuno abbia voglia (e risorse) da investirci.

Di fronte al gran parlare di queste settimane, appare così evidente che la “lezione” lanciata da Foligno nel 2001 non sia stata recepita: in quell’occasione, infatti, vennero presentati dati scientifici rimasti per lo più lingua morta e, cosa non secondaria, venne lanciato un appello a proseguire la strada della ricerca condivisa sui terremoti.
Ma facciamo un passo indietro e andiamo con ordine tornando alla ricerca di Paolo Innocenzi. Il biologo folignate per anni ha lavorato alla Vus, la Valle Umbra Servizi (multiutility che opera nel comprensorio Folignate-Spoletino), analizzando la composizione chimico-fisica delle acque presenti nelle sorgenti del territorio di competenza. Una mole copiosa di dati da analizzare per valutare la potabilità dell’acqua. Giorno dopo giorno. Poi, dopo il terremoto del settembre del 1997, la scintilla che spinse Innocenzi a verificare più a fondo quei numeri. Durante un’analisi svolta nei giorni di quell’emergenza, infatti, il biologo folignate scoprì che stava accadendo qualcosa di anomalo sottoterra: la composizione chimica delle acque era cambiata in maniera assolutamente imprevista. Da qui l’avvio di un’ulteriore ricerca, più approfondita e temporalmente più ampia. Grazie a questo nuovo studio Innocenzi riuscì a scoprire che nei mesi precedenti quel sisma e fino all’ottobre del 1998, la quantità di metalli pesanti presenti nelle acque del comprensorio servito da Vus, aveva subito delle vistose alterazioni che raggiunsero l’apice in corrispondenza delle scosse sismiche più forti. Cloruro di ferro e solfato di ferro: sali sciolti nell’acqua delle sorgenti e pozzi gestite dalla Vus e che, in corrispondenza del sisma, toccarono livelli di concentrazione decisamente superiori alle medie degli anni precedenti. Non solo. Innocenzi notò anche una forte e brusca diminuzione del pH dell’acqua dopo le scosse come conseguenza dell’aumento dell’anidride carbonica proveniente dal sottosuolo. Dati complessivamente importanti, tanto da far notare “agli studiosi dell’Ingv di Palermo (Italiano-Caracausi) una forte assonanza con le loro ricerche relative alle acque calde dell’Etna”, spiega oggi Innocenzi.

Da quegli studi fu pubblicata una ricerca che finì su riviste specializzate italiane e internazionali. Queste le conclusioni di quello studio e che lette ora aprono numerosi interrogativi: «Le osservazioni condotte su alcune acque fredde dell’area di Foligno hanno fornito utili indicazione sulla possibilità delle falde più superficiali di subire ampi, seppur brevi nel tempo, fenomeni di miscelazione con acque di provenienza profonda o con fasi gassose (CO2) di origine profonda – si legge -. I dati registrati mostrano una particolare sensibilità dei siti monitorati al verificarsi di eventi sismici e alla deformazione crostale indotta dall’evolversi del processo sismogenetico. Possono rappresentare un ulteriore sistema di controllo dei processi deformativi crostali utilmente associabile agli altri metodi di monitoraggio geochimico e geofisico in atto nell’area umbra. Un sistema di monitoraggio integrato in continuo dei parametri sismologici, geofisici e geochimici utili per una migliore comprensione dei processi di deformazione crostale in atto potrà concorrere a fornire indicazioni più immediate nelle ricerche sui fenomeni precursori degli eventi sismici con possibili applicazioni anche nel settore della Protezione Civile». Tradotto: l’analisi delle trasformazioni avvenute nella composizione chimica dell’acqua può fornire un importante punto di osservazione sulla ricerca dei fenomeni precursori sismici.
In conclusione, fa notare Innocenzi, non è detto che in tutte le zone sismiche il ferro possa essere un possibile indicatore di variazioni idrogeologiche prima di eventi sismici importanti, ma ciò che è accaduto nel 1997-1998 nel territorio folignate merita attenzione ed ulteriori approfondite indagini che possono essere applicate ad ogni territorio ove sono presenti risorse idriche destinate al consumo umano.
Ogni territorio, insomma, potrebbe avere un possibile specifico indicatore diverso dal ferro.

E siamo alla fine.
Paolo Innocenzi è in pensione da qualche tempo. Le scosse di questi mesi le ha vissute da spettatore interessato. A casa sua conserva le pubblicazioni della sua ricerca che finì addirittura negli Stati Uniti in una rivista scientifica. Del terremoto del 1997 ricorda diversi episodi come la comparsa di ghiaia nei pozzi la mattina della scossa più violenta o l’improvviso aumento della temperatura delle acque presso alcune sorgenti. Lo studio approfondito della composizione chimica delle acque, invece, non venne più portato avanti dai professionisti e dalle strutture coinvolte. Mancanza di fondi. Ma quello che sta accadendo in questi giorni e più in generale tutta la questione prevenzione sismica, richiederebbe che Istituzioni e mondo scientifico riprendano la via della ricerca “aperta”, condividendo le scoperte e investendo risorse sull’analisi dei precursori sismici. Si tratta di un percorso lungo, fatto di piccoli passi, ma ogni tassello sarà fondamentale per la prevenzione. Come la ricerca dell’INGV e dell’Università Roma Tre che di recente hanno studiato il meccanismo del rilascio del gas radon (quello di Giuliani) da parte di vari tipi di roccia in seguito ad un terremoto. Esperimenti da cui è emerso che solo in alcune condizioni particolari si può assistere ad una emissione quantificabile di questo gas in seguito ad una scossa. Lo ha spiegato in queste settimane Paola Tuccimei, docente di Geochimica ambientale presso l’Ateneo Roma Tre e che, in un’intervista, ha affermato che per un modello predittivo serviranno ancora decenni dato che le variabili in gioco sono moltissime. L’unica certezza a questo punto? Che un sistema di prevenzione valido scientificamente potrà essere sviluppato solo attraverso l’analisi multidisciplinare di numerosi precursori sismici.

*Pubblicazione gentilmente concessa a Umbria24

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