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sabato 22 gennaio - Aggiornato alle 21:15

Terni, Paglia saluta e Vecchi parla chiaro. Sullo sfondo la holding multimilionaria della diocesi

La concelebrazione in duomo

di Marco Torricelli

Ci si perde. C’è poco da fare. Tra società che aprono e chiudono, che oggi sono attive e domani non lo sono più. Una holding con un portafoglio ricco di terreni, boschi, vigneti e pascoli. Ma, soprattutto, di immobili. In una dozzina di comuni diversi, per un valore complessivo multimilionario, tra soci che vanno e che vengono. Tranne uno.

La holding È quella della diocesi di Terni, Narni e Amelia e la costante è rappresentata dal direttore dell’ufficio tecnico, Luca Galletti. Sì, quello che nei documenti di una delle società compare come cittadino maltese; ma per quello che lui, a Umbria 24, ha definito «un errore». E che, a titolo personale, risulta intestatario di un bel po’ di roba, compresi terreni che dimostrano il suo amore per la campagna e fanno capire perché abbia confessato di non vedere l’ora di «tornare a fare il contadino», ma che intanto avrebbero voluto mettere anche al vertice della cooperativa nella quale si sarebbe proposto ai dipendenti di confluire «per evitare di licenziare qualcuno» in un momento difficile.

Allusioni Chissà se era a quella a cui pensava monsignor Vicenzo Paglia quando, domenica, in duomo, concelebrando la messa con l’amministratore apostolico, monsignor Ernesto Vecchi, gli ha ricordato che lui, Paglia, si considera come il pescatore, citato nel vangelo, a cui «si invia un aiuto solo perché le sue reti sono troppo cariche di pesci e, qui, le nostre reti si sono riempite tanto». Ma Vecchi, poco dopo, ha tagliato corto, forse anche lui pensando al vero motivo – fare chiarezza sui conti e sulla galassia delle società messe in piedi dalla diocesi – per cui potrebbero averlo spedito a Terni. Nel ricordare il suo amore per «la verità», non ha lasciato spazio alle interpretazioni: «Se per affermarla dovrò alzare la voce, lo farò».

Gli intrecci Tra le società, ovviamente, c’è anche quella Umbria ecologica che nel 2011 finì nel mirino del sostituto procuratore Elisabetta Massini per l’asta immobiliare relativa alla villa della famiglia Cassetta, in seguito al crac del gruppo omonimo; ma che, sosteneva il magistrato, rappresentava uno schermo dietro al quale si sarebbe celato lo stesso Cassetta. Una vicenda mai fino in fondo chiarita, anche perché chi aveva condotto le indagini, l’allora capo dalla squadra mobile, Tommaso Niglio – che aveva svolto, tra l’altro, anche quelle sul caso Porcacchia-Briganti, che aveva travolto l’ex direttore della Confcommercio – alla fine di quell’anno venne trasferito al Servizio centrale operativo (Sco) di Roma.

La tecnica Certo, sarà interessante, quando altre inchieste in corso arriveranno a conclusione, ripercorrere tutte le tappe di questo strabiliante, e per certi aspetti inquietante, intreccio di interessi. Certo, l’organico ridotto e la mole di fascicoli pendenti non aiuta una procura della Repubblica che è sempre in attesa che venga finalmente sbloccata la pratica relativa alla nomina di Cesare Martellino, nel ruolo di procuratore capo, al posto di Fausto Cardella, trasferito a L’Aquila. Un esempio illuminante, intanto, lo offrono le motivazioni della sentenza di primo grado emessa dal giudice monocratico, Maria Letizia De Luca, che ha condannato la diocesi a restituire un immobile ad una famiglia ternana.

Una storia semplice La famiglia Giordanelli-Aita, ricca e pia, nel 1997 decide di donare un immobile alla diocesi. La condizione è che ci si faccia un albergo per pellegrini e che a gestirlo sia un’apposita fondazione benefica. La diocesi accetta, ma dopo un po’ salta fuori il Giubileo e ci intravede una grande opportunità. E un problema. L’opportunità è, manco a dirlo, quella dei finanziamenti da ricevere. Il problema è che i beni per i quali si chiedono non possono essere ottenuti in dono.

La donazione E allora si sarebbe improvvisata una donazione all’ente per le opere di culto e di religione San Cassio che avrebbe, poi, simulato di venderlo alla diocesi, indicando un prezzo utile per conseguire i finanziamenti per il Giubileo. Così il valore dell’immobile, nell’atto di donazione, veniva fissato in 850 milioni di lire di allora; ma tre giorni dopo, nell’atto di vendita, lievitava a tre miliardi e 150 milioni. Poco meno del finanziamento che la diocesi – è scritto nella sentenza – già sapeva di aver ricevuto per il Giubileo: tre miliardi e 346 milioni, avendolo chiesto quando ancora tutta la procedura di donazione-vendita doveva avvenire.

L’illecito L’istruttoria, scrive il giudice, «ha dimostrato che i due enti (la diocesi e il San Cassio) si accordarono per conseguire un risultato vietato dalla legge (un rilevante finanziamento pubblico) in assenza dei suoi presupposti ed in violazione della normativa al riguardo». Nella sentenza si spiega anche «come essi fossero ben consapevoli del motivo illecito per cui si scelse la strada del doppio negozio, che avrebbe fatto acquisire alla diocesi una somma che doveva a servire, formalmente, per acquistare il bene e che è, invece, entrato nelle casse della diocesi». E, insomma, l’immobile sarebbe stato utilizzato «per ottenere finanziamenti illeciti», oltre che per «ottenere finanziamenti bancari, con iscrizione sugli stessi di una ipoteca di rilevantissimo importo».

La sentenza E quindi tutti gli atti, donazione e presunta vendita, sono nulli e l’immobile torna alla famiglia Giordanelli-Aita, alla quale la diocesi deve anche versare 5 mila euro al mese, dal 2004 (oltre mezzo milione, più gli interessi, fino ad oggi), oltre a pagare le spese. Ma per poter restituire l’immobile, la diocesi deve anche liberarlo dall’ipoteca relativa ad un oneroso mutuo – un milione, più o meno, ancora da pagare – che ha contratto con il Monte dei Paschi di Siena. Ovvio che si tratta della sentenza di primo grado, ma, ci si chiede, non è che adesso qualcuno vorrà indietro pure il finanziamento per il Giubileo?

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