venerdì 21 giugno - Aggiornato alle 01:20

Terni, la diocesi e il tribunale: la «strana» storia del terreno di Amelia tolto a un agricoltore

Uno scorcio del terreno conteso

di Marco Torricelli

Quando arrivarono i carabinieri, il 30 gennaio del 2009, si spaventò. La sua famiglia coltiva quei terreni dal 1917. Prima suo nonno, poi suo padre e, dal 1983, lui. Aveva un contratto di affitto, che pagava regolarmente. E aveva pure fatto notevoli investimenti. Ma i militari gli avevano intimato di lasciare quelle terre, perché il proprietario le aveva affittate ad un altro. Il proprietario? La diocesi di Terni, Narni e Amelia che, da quelle parti – siamo nelle campagne intorno ad Amelia – ne avrebbe «per almeno 300 ettari», racconta il protagonista di questa storia. Un ettaro, per capirci, corrisponde più o meno ad un campo di calcio

Gli investimenti «Noi coltiviamo la terra – spiega l’uomo – e alleviamo animali. Maiali, vitelli e avevamo comprato 250 pecore, una macchina mungitrice e avevamo attrezzata la ‘stanza del latte’, per lavorarlo». Ci avevano messo più di 20 mila euro, ma sotto l’effetto della paura «le pecore le abbiamo svendute e la mungitrice è lì, inutilizzata». Il contratto, racconta «era scaduto nel 2006, ma noi, che avevamo anche presentato tre proposte di acquisto per la terra e non avevamo mai avuto riscontri, abbiamo ritenuto che si fosse, semplicemente, deciso di prorogare il rapporto». E sono andati avanti a lavorare, provvedendo a versare, in un libretto postale, gli importi previsti per l’affitto «per tenerli pronti e a disposizione del proprietario che, pensavamo, prima o poi si sarebbe fatto vivo».

Il contratto Invece si fecero vivi i carabinieri e lo spavento si trasformò in rabbia quando si cominciò a capire che le cose non stavano come venivano raccontate: «Quando mi hanno convocato per firmare il contratto di affitto – racconta l’uomo – ero da solo con mia moglie. Il rappresentante del sindacato di categoria, che deve essere presente in casi del genere, non c’era e, per la verità, non c’era nemmeno monsignor Francesco De Santis, allora economo della diocesi. C’erano solo Luca Galletti (il «maltese per sbaglio» e personaggio chiave in molte delle faccende immobiliari relative alla diocesi, ndr) e un’altra persona». Ma sul contratto ci sono anche le firme di monsignor De Santis, di Franco Agostini per il sindacato e di Francesco Longari per la Federazione coltivatori: «Sono state apposte – lo ha scritto anche nella documentazione presentata alla sezione agraria del Tribunale di Terni – evidentemente nei giorni successivi ed a mia insaputa». Inutile sottolineare che tutti i soggetti in questione «hanno detto di non ricordare».

La denuncia Cerca che ti ricerca, ecco che escono fuori altri dettagli. Quelle terre, in effetti, risulta che la diocesi le abbia affittate, il 1° febbraio del 2009 – dopo, cioè, la visita dei carabinieri – a qualcun altro che, però, non ci avrebbe mai nemmeno messo piede: «Abbiamo continuato a lavorarle noi – racconta l’uomo – tanto che abbiamo la documentazione dell’Unione macchine agricole che lo attesta e ci garantisce l’approvvigionamento a prezzo convenzionato dei carburanti», mentre non possono accedere ai finanziamenti dell’Agenzia per le erogazioni in agricoltura: «Alla quale abbiamo presentato una denuncia, in quanto i contributi verrebbero dati all’altro affittuario, che evidentemente non ne ha nessun diritto». Ma non basta.

Le cifre Il contratto che la diocesi ha fatto con il nuovo ‘coltivatore’ prevede un canone decisamente inferiore, meno di un quarto, rispetto a quello stipulato – otto anni prima – da chi racconta questa storia, che spiega: «Va tenuto presente che il contratto di affitto garantisce a chi lo stipula il diritto di prelazione in caso di vendita e proprio lì – dice indicando uno splendido tratto di collina che sarebbe facilmente accessibile dalla strada che porta, in pochi minuti, al casello autostradale di Orte – avevano in mente da dar vita ad un progetto di lottizzazione. Villette a schiera, con giardini, in una posizione invidiabile». Che potrebbe essere raggiunta rapidamente, dalla Capitale, anche se non si dispone «della Porsche, nera, con cui si presentava sempre Galletti e che era diventata il simbolo delle brutte notizie in arrivo».

Il processo Insomma: il giudice, la dottoressa Barbara Di Giovannantonio, ha messo insieme il tutto – compresa la segnalazione relativa al fatto che esisterebbero «altri contratti simili a quello fatto firmare a me, senza assistenza sindacale, ma con firme che attesterebbero il contrario» – ed ha deciso che quello che aveva sul tavolo non era un fascicolo normale, ma, soprattutto, che ci potrebbero essere possibili risvolti di carattere penale. Quindi ha chiuso tutto e ha girato la patata bollente proprio ai colleghi dell’apposita sezione del Tribunale. L’udienza è prevista a maggio, ma, soprattutto, il dossier è finito tra i, tanti, faldoni che compongono la storia recente della diocesi ternana. Il lavoro, per monsignor Ernesto Vecchi, l’amministratore apostolico che deve mettere ordine nei conti lasciati in sospeso dall’ex vescovo Vincenzo Paglia, si complica. E per i giudici pure.

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