mercoledì 12 dicembre - Aggiornato alle 15:40

Terni, la Diocesi e gli intrecci perversi: sotto i riflettori finiscono anche i palazzi del potere

Una vista del castello di San Girolamo

di Marco Torricelli

Che quella del castello di San Girolamo sia solo la punta di un iceberg è ormai chiaro a tutti. Come l’apparente sorpresa con cui è stata accolta l’iniziativa della procura della Repubblica che, inviando le sette informazioni di garanzia, ha ufficializzato la riapertura, in grande stile, delle indagini che coinvolgono la Diocesi di Terni. Ma non solo.

L’intreccio Perché la trama, intricatissima, nella quale si incrociano le tante vicende riconducibili a quella matrice e nelle quali figurano, spesso, gli stessi nomi, di persone e di società, potrebbe essersi intersecata – l’informazione di garanzia inviata all’ex sindaco di Narni, Stefano Bigaroni, è la dimostrazione dei sospetti – con quella della politica. Ed il Comune di Narni non sarebbe l’unico palazzo pubblico ad essere finito sotto il riflettore acceso dagli inquirenti. Anzi, non lo è di sicuro.

La politica Tutto perché nei faldoni che si sono accumulati nel tempo, oltre alle vicende relative al castello di San Girolamo, ci sono altre storie, che adesso mostrano troppi elementi in comune: quella del fallimento Cassetta, per esempio, o quella dell’ex convento delle Orsoline, o quella del Santa Monica di Amelia. Fino a collegamenti, sempre ipotizzati, ma che stavolta potrebbero aver ottenuto riscontri, con altre operazioni immobiliari che non si sarebbero potute compiere senza che, quanto meno, se ne rendesse conto chi era al governo della città, o chi poteva, comunque, avere un ruolo autorevole nelle scelte che venivano compiute.

Le similitudini E poi, la coincidenza non poteva passare inosservata, ci sono le curiose similitudini che queste operazioni avevano tra di loro e con altre che, almeno per il momento, non sono emerse o sono rimaste in secondo piano. Ma sulle quali si indaga: l’acquisizione di terreni o, soprattutto, immobili a cui corrispondeva un vorticoso scambio di quote e partecipazioni; le successive richieste di mutui, con i beni di cui si entrava in possesso offerti in garanzia; i tempi strettissimi, spesso giorni, che caratterizzano imponenti movimenti di denaro.

La Diocesi Chi ha avuto modo di vederlo all’opera racconta di un monsignor Ernesto Vecchi, l’amministratore apostolico inviato a Terni sette mesi dopo la partenza del vescovo Vincenzo Paglia «lucido e determinato», ma anche «straordinariamente tranquillo» e, comunque, «seriamente intenzionato a mettere ordine in una Diocesi allo sbando». Sarà certamente merito della fede, che non gli fa difetto, ma forse c’è dell’altro: la decisione con cui sta operando è – su questo chi è pratico di questioni vaticane non ha dubbi – figlia di un mandato «ampio e senza condizioni» che gli è stato certamente dato.

L’avvocato Intanto l’avvocato Giovanni Ranalli fa sapere che «nessun invito (a non occuparsi più delle faccende legali della Diocesi; ndr) è mai pervenuto al riguardo da monsignor Vecchi, con il quale, anzi, successivamente alla sua incardinazione, mi sono intrattenuto a colloquio in un clima sereno, di stima e fiducia. Tantomeno risulta revocato alcun mandato di quelli che la Diocesi, con mio grande onore, ha voluto conferirmi».

Una replica a “Terni, la Diocesi e gli intrecci perversi: sotto i riflettori finiscono anche i palazzi del potere”

  1. Paola Trombetti ha detto:

    “Tante cose sono fuori dalla Chiesa ( maiuscolo dell’autrice), tante
    cose che io amo e non voglio abbandonare, tante cose che Dio ama.”, così
    si esprimeva la filosofa Simone Weil per spiegare le ragioni del suo
    rimanere fuori dalla compagine cattolica pur essendo credente, così mi
    esprimo io parafrasando l’autrice citata sopra, di fronte alle vicende
    inqualificabili di questo periodo: “Tante cose sono dentro la chiesa,
    tante cose che non amo, che non voglio sostenere in alcun modo e dalle
    quali voglio stare a debita distanza”. Questi sono i frutti della mai
    risolta “vexata quaestio” sulla povertà della chesa, che va avanti dal
    medioevio. Ci vorrebbe un “Exiit Qui Seminat” valida per tutti, non solo
    per gli ordini minori come prevedeva la bolla di Niccolò III alla fine
    del ‘200. C’è tanta preoccupazione per i beni e nessuna per il bene,
    direi di più, a scapito del bene comune del quale si fa solo un gran bel
    parlare.

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