giovedì 20 giugno - Aggiornato alle 15:12

Terni, ex convento delle Orsoline: lo strano intreccio tra compratore e venditore

Il palazzo sorto al posto del convento

di Marco Torricelli

Chiacchierato lo è stato sempre. Ma adesso, forse, l’affare che dieci anni fa ha portato alla vendita – e alla successiva demolizione, per far posto ad un grande palazzo – dell’ex convento delle suore Orsoline, può essere inquadrato in un contesto preciso.

Le Orsoline Perché saranno, ovviamente, tutte coincidenze, ma ci sono delle circostanze che forse è bene rimettere in fila. Iniziando dalla storia e cioè dalla donazione che la famiglia Eustachi fece, agli inizi del 1900, alla curia vescovile, di un palazzo che venne inserito nel patrimonio delle suore Orsoline di Parma e che, per anni, ha ospitato le stesse suore e la scuola che gestivano: quella scuola per l’infanzia ed elementare, poi le medie quella per segretarie d’azienda. Negli ultimi anni erano rimaste solo le prime due.

L’acquisto Fatto il breve ripasso, veniamo alla storia recente: nel 2003, a settembre, l’Istituto diocesano per il sostentamento del clero chiese di acquistare l’immobile e lo fece suo per 1.549.370 euro. A rate. Un prezzo basso, molto basso rispetto a quello che l’immobile era e rappresentava, ma nel contratto di acquisto era compresa una clausola decisiva: «Tale prezzo tiene conto degli interventi di restauro e adeguamenti che la parte acquirente dovrà eseguire sul predetto immobile». Restauro e adeguamento. Sì, come no. Poche ore dopo aver pagato la quarta e ultima rata, il 3 gennaio del 2005, l’Istituto scrisse al prefetto di Terni e gli disse, più o meno, che voleva disfarsi del palazzo e siccome lo stato ha il diritto di prelazione in casi che coinvolgono edifici di particolare pregio, glielo offriva. Lo Stato, però, disse, sempre più o meno: «No, grazie».

La vendita Il palazzo, quindi, venne venduto, a giugno 2006, per un milione e 969 mila euro, ad un’impresa edile. Tre anni dopo l’acquisto ed in un periodo in cui il ‘mattone’ tirava di brutto. Con una plusvalenza di circa 420 mila euro che, però, scendevano a poco meno di 300 mila se si teneva conto del 30% di imposizione fiscale. Insomma: difficile definire un affare quello fatto dall’Istituto diocesano per il sostentamento del clero. Tanto che Italia Nostra, tra gli altri, fece – come si dice – il diavolo a quattro: «Che fine ha fatto – chiedeva – la specifica destinazione religiosa che era alla base della donazione originaria fatta dalla famiglia Eustachi?». E, ancora: «Le Orsoline sapevano che il loro convento sarebbe diventato un palazzone?». A questo si può rispondere oggi: «Non è mai risultato – spiegano – che l’Istituto volesse comprarlo per poi rivenderlo. Nell’atto era specificato che doveva essere restaurato».

Le coincidenze Ad acquistare e abbattere l’ex convento, per poi costruire il palazzo attuale, fu il costruttore Eugenio Montagna Baldelli: «Perché, se proprio si voleva vendere il bene – chiedeva Italia Nostra – non è stato predisposto un bando pubblico per l’alienazione, così da favorire al massimo il sostentamento dei sacerdoti, mettendo a gara le imprese con possibili rilanci sul prezzo, così come altri Istituti in Italia fanno trasparentemente da anni?». Adesso sappiamo che Eugenio Montagna Baldelli risultava membro dell’Istituto diocesano per il sostentamento del clero ternano. Sì, quello che gli ha venduto l’immobile. E di cui Luca Galletti – l’uomo (il cittadino maltese «per sbaglio») il cui nome è centro della galassia di società riconducibili alla diocesi – è stato presidente fino al 2012. E sappiamo anche che, sempre per pura coincidenza, una delle tante società che componevano e compongono la holding della diocesi, l’Immobiliare minerva, di cui Galletti era unico socio e successivamente cancellata, aveva sede legale negli stessi locali dell’impresa Baldelli.

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