domenica 23 febbraio - Aggiornato alle 03:05

Sindrome Hikikomori, primi casi in Umbria: «Mio figlio non esce più dalla sua stanza»

Tre adolescenti seguiti dalla Usl 2 di Foligno per il disturbo nato in Giappone: «In Italia sono circa 40 mila i giovani coinvolti»

di Massimo Colonna   

«Nostro figlio si chiude in camera e non vuole saperne di uscire. Che dobbiamo fare?». E’ il grido d’aiuto che i medici della Usl 2 a Foligno si sono sentiti rivolgere da tre famiglie che in questi mesi stanno fronteggiando la sindrome giapponese ‘Hikikomori’, che tradotto significa ‘isolarsi’, ‘stare in disparte’. Il disturbo è sbarcato anche in Umbria: «In Italia sono circa 40 mila i casi registrati e ora si sta diffondendo anche nei nostri territori. Le cifre però sono ancora incerte perché parliamo di un fenomeno recente».

Chi colpisce A fare il punto della situazione è la psichiatra Sonia Biscontini, psichiatra e responsabile del Dipartimento per le dipendenze della Usl 2 a Foligno. «Al momento stiamo seguendo tre ragazzi: si tratta di giovani sui 14 anni che dal 2016 hanno iniziato a manifestare segnali di isolamento verso il resto della società. Hanno smesso di andare a scuola, hanno chiuso i rapporti anche con i propri genitori, addirittura si fanno lasciare i pasti fuori dalla porta. Sono isolati nella propria stanza da letto e l’unico contatto con l’esterno è dato dal web. I genitori si sono rivolti a noi per capire come comportarsi».

I numeri La sindrome Hikikomori riguarda più frequentemente i maschi e in età adolescenziale. Sono queste almeno le prime indicazioni degli specialisti. «I maschi – prosegue la Biscontini – sono più coinvolti rispetto alle ragazze in un rapporto di 5 a 1. Questo disturbo è nato in Giappone nella seconda metà degli anni ’80 e ora si sta sviluppando anche nel resto del mondo. In Italia è arrivato da pochi anni e ancora non ci sono studi specifici, anche se la sensibilizzazione su questo problema sta aumentando». I media cominciano a parlarne: sul web nascono comunità e anche la trasmissione ‘Le Iene’ nel maggio scorso si è occupata di questi casi.

Le cause Ma quali sono le cause che possono portare all’isolamento? «Un adolescente – prosegue la psichiatra – quando si raffronta con il gruppo dei pari o con gli altri elementi sociali tipici della sua età può incontrare momenti di insicurezza. Per esempio potrebbe soffrire il fatto di essere giudicato, oppure di non essere accettato da un gruppo. Le difficoltà di rapportarsi potrebbero riguardare per esempio il fatto di essere denigrati o peggio di finire vittima di bullismo. In particolari personalità questo meccanismo può innescare un comportamento di autodifesa, di arroccamento. Che porta poi al chiudersi in se stessi. Piuttosto che essere denigrati ci si ritira in camera». La sindrome dunque non è da collegare direttamente ad una depressione, ma più ad una autodifesa che si manifesta con l’isolamento.

Cosa fare «Con le famiglie – spiega la psichiatra – stiamo portando avanti un programma perché una soluzione è ovviamente quella di coinvolgere maggiormente i genitori. Oppure si potrebbe utilizzare anche un amico del giovane, che magari riesca a sbloccarlo. Sono percorsi che possono durare anche anni. Fondamentale ovviamente è la prevenzione. E qui tornano in ballo i genitori: è importante infatti invitare i ragazzi a coltivare interessi, educarli alla critica, fare sport, stare con gli altri, e non confrontarsi con standard troppo alti e irraggiungibili». In tutto questo poi internet gioca un ruolo importante: qui il web ha un ruolo positivo. «La sindrome Hikikomori – prosegue la Biscontini – non è da ricollegare alla dipendenza da internet. La rete qui invece rappresenta l’unico sbocco che il giovane mantiene con il mondo esterno. E dunque è un canale che può essere sfruttato per riuscire a tornare in contatto con il ragazzo».

@tulhaidetto   

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.