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sabato 29 gennaio - Aggiornato alle 09:19

Procreazione medicalmente assistita: l’Umbria avanza con diagnosi genetica e innalzando limite d’età

L’assemblea legislativa approva all’unanimità l’atto di Meloni e Bori (Pd): «Basta viaggi della speranza nelle regioni limitrofe»

di M.S.G.

Sulla procreazione medicalmente assistita l’Umbria si adegua ai piani nazionali grazie alla proposta Pd; così forse le coppie non sono più costrette a spostarsi nelle regioni limitrofe.

Procreazione assistita Nel cuore verde d’Italia c’è un limite di età per l’accesso alle cure di fecondazione assistita più basso di tutta la penisola: 41 anni, mentre nelle altre regioni si va dai 43 ai 50 anni. Può apparentemente sembrare poca cosa ma se ci si mette di mezzo un periodo di pandemia di due anni in cui i trattamenti sono stati praticamente bloccati questo significa che molte coppie rimaste in attesa che hanno oltrepassato la soglia, ora hanno come unica scelta essere escluse o andare fuori dai confini regionali. Ancora meno conosceranno le diagnosi genetiche prenatali che permettono di sapere se un embrione è idoneo ad essere impiantato o è portatore di qualche malattia cromosomica che potrebbe causare aborti. Tecnica una volta vietata dalla legge 40 ma nuove sentenze di Cassazione hanno stabilito che non solo è valida ma dovrebbe essere fornita dal sistema sanitario nazionale laddove ci sia il rischio. Di questi e di altri temi si è discusso martedì mattina in assemblea legislativa, è stato votato un atto all’unanimità; una proposta di risoluzione della terza Commissione dal titolo ‘Procreazione medicalmente assistita e test prenatali non invasivi. Attuale situazione e prospettive per il futuro. Adozione di iniziative da parte della giunta regionale’.

Usl Umbria 1 Il centro di Pantalla, unico pubblico della regione a fornire cure specialistiche di terzo livello – è emerso durante la discussione in aula – è in affanno. Una risposta, in Umbria, è offerta dalla sanità privata non convenzionata, come ad esempio al centro Genera di Umbertide, in cui la diagnosi pre impianto è attiva dal 2015 e dove si eseguono anche le fecondazioni eterologhe. Diversi sono i cittadini che hanno lamentato tempi di attesa lunghissimi, soprattutto dopo la pandemia in cui le liste di attesa si sono notevolmente allungate. Questi e altri fattori spingono le coppie ad allontanarsi dalla propria regione verso territori limitrofi come Lazio, Toscana o Veneto, per trovare un servizio pubblico di procreazione assistita. La prima, come anticipato, è il limite d’età: 41 anni. Mentre nella maggior parte si passa dai 43 anni (in Valle d’Aosta, Molise, Puglia, Calabria, Sicilia, Friuli, Marche, Liguria, Lazio, Basilicata, Bolzano), 46 anni (in Piemonte, Lombardia, Campania, Emilia Romagna, Abruzzo e Toscana), fino ai 50 in Veneto. Altro aspetto annoso è la diagnosi genetica prenatale o diagnosi genetica preimpianto che, a differenza di altre tecniche più invasive come l’amniocentesi, porterebbe a tassi di successo di una gravidanza molto maggiori rispetto al semplice affidamento al caso. Ma anche questo in Umbria era vietato, o per lo meno non ancora autorizzato. Si è anche accennato alla fecondazione eterologa, vietata fino a qualche anno fa dalla famosa legge 40, ma che sentenza su sentenza la Corte costituzionale ha riabilitato a pieno titolo ed ora è legale e praticata nella maggior parte dei 350 centri di Pma della penisola. Per il momento l’innalzamento dei limiti d’età e la diagnosi genetica prenatale per l’assemblea legislativa sono questioni sufficienti per far crescere il centro di Pantalla ed evitare che le coppie affrontino quel turismo della speranza fuori regione, con tutti i rischi e i costi che questo comporta per una coppia. Resta il fatto che solo in Usl Umbria 1 è presente un centro Pma di terzo livello e che l’Usl Umbria 2 ne è ancora invece del tutto sprovvista.

L’atto L’atto discusso in aula è stato presentato dai consiglieri Simona Meloni e Tommaso Bori, Pd, e illustrato in Aula dalla presidente della terza Commissione, Eleonora Pace, e testualmente impegna l’esecutivo a: «valutare, in considerazione comunque dei dati statistici di successo rilevati nella regione Umbria in relazione all’età, di elevare il limite di età attualmente previsto per la somministrazione di tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo omologo garantite dal servizio sanitario». Un obiettivo che segue le indicazioni del Dpcm del 12 gennaio 2017 e in uniformità rispetto alle scelte fatte dalle altre Regioni. Ancora, la proposta di risoluzione impegna la giunta a «prevedere l’utilizzo dei test diagnostici prenatali non invasivi con il sistema della compartecipazione alle spese, ma anche ad implementare e potenziare i servizi e le strutture del Centro di procreazione medicalmente assistita dell’azienda ospedaliera di Perugia presso l’ospedale di Pantalla». Infine, l’atto punta a istituire un tavolo tecnico di lavoro cui partecipano la giunta regionale, il Centro di procreazione medicalmente assistita dell’Azienda ospedaliera di Perugia e l’Università, al fine di garantire un «adeguato coordinamento e una proficua sinergia» tra le parti coinvolte ed assicurare «efficacemente il raggiungimento degli obiettivi».

La discussione «Noi siamo per innalzare l’età per l’accesso – ha detto Bori – ma per farlo servono fondi e personale. Le regioni confinanti hanno un’età per la Pma più alta della nostra. C’è un forte tasso di mobilità passiva. Inoltre il centro di Pantalla offre anche la possibilità di congelare ovuli e seme per chi fa cure oncologiche. Dobbiamo garantire un futuro alla struttura e fare accordi con l’Università. Anche per i test non invasivi è importante adeguarci alla normativa e al resto delle regioni: o rimborsarli o garantirne la gratuità». Per Andrea Fora, Patto civico, «la necessità del personale per il centro di Pantalla è fondamentale». Durante l’intervento ha poi letto lettere di cittadini letteralmente disperati perché in trattamento prima della pandemia sono stati costretti a sospenderlo senza sapere quando avrebbero potuto ricominciare ed intanto il tempo passa e l’orologio biologico avanza: «Senza il personale – ha aggiunto Fora – gli altri problemi neanche si pongono. Ci sono persone che dopo tre anni dall’inizio del percorso di Pma, se ce la faranno ad essere chiamate, dovranno ricominciare da zero. È una situazione assurda. Dispiace l’assenza dell’assessore Coletto quando si discute di un tema così delicato».

Percorsi stoppati Quello dei percorsi stoppati dalla pandemia è un problema annoso e serio. Quando c’è un limite di età per un trattamento anche due mesi possono fare la differrenza figuriamoci anni di stop. Questo ha portato moltissime coppie a migrare fuori regione in un Paese peraltro con un tasso di denatalità elevato. «Quello di Pantalla era un centro di eccellenza» ha sottolineato Meloni. «Il Covid – ha aggiunto – ha messo in luce le difficoltà, ha stoppato percorsi già iniziati. Molte coppie si sono rivolte a centri delle regioni confinanti. Ci è stato più volte detto che il centro di Pantalla sarebbe ripartito. Ma ancora siamo fermi. Ci sono coppie disperate. Serve uno sforzo per mantenere la qualità di chi ha lavorato in questi centri. Spero che l’assessore ci metta a conoscenza di quello che si sta facendo». Altro problema annoso la disparità di cura tra centri pubblici e privati. Si sa che nel privato ci sono molte più libertà e se ti trovi in Umbria e hai 41 anni e mezzo e ti serve anche una diagnosi preimpianto, quando le liste di attesa si allungano se hai i soldi ti rivolgi al privato e farai tutto in tempi brevi. Cosa che non dovrebbe accadere e che ha denunciato Thomas De Luca: «Il problema è la disparità di accesso alle cure, come per i test non invasivi. Se paghi li hai, altrimenti no. Questo non è accettabile. Non possiamo non cogliere questo grido di allarme che viene dall’Umbria».

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