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mercoledì 29 giugno - Aggiornato alle 14:46

Prevenzione dell’Hiv, il servizio di screening gratuito per conoscere il proprio stato di salute

Il Peg checkpoint attivato da Omphalos insieme all’ospedale di Perugia per svolgere test rapidi

di Giorgia Olivieri

«Veloce, gratuito e anonimo», basta un dito per testarsi e conoscere il proprio stato di salute in relazione all’Hiv. Il servizio offerto dall’associazione Omphalos e svolto in collaborazione con il reparto di malattie infettive dell’ospedale di Perugia, per creare consapevolezza e informazione intorno a una tematica che ancora oggi è un tabù.

Il Peg checkpoint Il Peg checkpoint, spiega Stefano Bucaioni, presidente Omphalos, nasce nel 2007 grazie a un finanziamento della Chiesa evangelica valdese rivolto alla rete Arcigay, attraverso un progetto pilota su tutto il territorio nazionale. Il tipo di test che ancora oggi è offerto da Omphalos, è definito ‘comunity based’, si tratta cioè di un servizio che non si svolge nei luoghi classici come l’ospedale, ma in un ambiente più amichevole e informale, con lo scopo di facilitare l’accesso al test stesso. La struttura dell’associazione ospita, durante i giorni di servizio, i medici del reparto di malattie infettive dell’ospedale di Perugia, con la cui collaborazione vengono somministrati i test ai pazienti. Per usufruire del servizio è sufficiente recarsi presso la sede di Omphalos in via della Pallotta, a Perugia, senza bisogno di prenotazione, ogni lunedì e l’ultimo venerdì del mese dalle 15 alle 19. Il target principale di riferimento è la comunità Lgbt+, in particolare gli uomini gay, ma l’accesso è aperto a chiunque abbia la necessità di conoscere il suo stato di salute in relazione all’Hiv.

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Come funziona il test Il test, anonimo, gratuito e rapido, si svolge nell’arco di venti minuti attraverso un prelievo capillare con una lancetta pungidito, la goccia di sangue viene poi posta sulla striscia reattiva, dove viene versato il reagente. Prima di procedere alla somministrazione, il personale medico presente e i volontari del gruppo salute Omphalos, provvedono ad informare il paziente sul funzionamento dell’esame e sulla gestione della privacy. Il test offerto dall’associazione è di quarta generazione, al contrario della maggior parte degli autotest che si trovano in commercio, ciò significa che il periodo finestra, cioè il periodo tra il momento in cui ci si sottopone al test e il momento in cui si potrebbe aver contratto l’infezione, è pari a 3 mesi. Questo test è in grado di lavorare su un periodo più lungo e dare, quindi, un risultato più preciso, come avviene nel caso degli esami di laboratorio. Una volta attesi i 15 minuti di reazione, il paziente insieme al medico procedono alla lettura del test, che può dare due tipi di risultato. Si parla di test non reattivo, quindi negativo, quando sulla striscia reattiva compare solamente la linea di controllo, ad indicare che la procedura è stata svolta correttamente, se sono presenti due strisce, invece, il test è reattivo, quindi preliminarmente positivo. Nel secondo caso il paziente sarà rindirizzato presso l’ospedale di Perugia per sottoporsi ad un esame di conferma, con analisi del sangue di laboratorio che confermeranno la positività o meno. Indipendentemente dal risultato, una volta ricevuto l’esito del test rapido, i medici in servizio presso Omphalos si prestano ad un’attività di counseling, per rispondere a dubbi e domande su comportamenti a rischio, prevenzione e salute sessuale.

La gestione della privacy L’anonimato è uno dei punti centrali del servizio offerto, come spiega Bucaioni, «non vengono registrati i dati anagrafici della persona, c’è un’informativa sulla privacy da firmare che spiega il funzionamento del test». Al paziente viene anche somministrato un questionario anonimo riguardo alle abitudini sessuali, che, una volta ricevuto l’esito del tampone, sarà un punto di partenza per la consulenza offerta dal personale medico. Dal momento che non vengono raccolti i dati personali di chi si reca a testarsi, attraverso il questionario, viene generato un codice unico identificativo del paziente che permette sia al singolo centro, sia alla rete nazionale, di raccogliere una serie di statistiche utili all’analisi della diffusione del virus nel Paese. «Una delle statistiche che ci interessano – precisa il presidente Omphalos – è quante persone utilizzano più volte o con regolarità il servizio, non solo per capire se sono sempre le stesse, ma anche per avere chiaro se riusciamo ad arrivare a nuovi pazienti che potrebbero aver bisogno del nostro servizio». Gli accessi ricorrenti costituiscono, secondo gli ultimi dati raccolti, il 50 per cento sul totale.

Quando testarsi Le tempistiche sono fondamentali, quando si parla di Hiv, non solo ai fini del corretto esito del test, ma anche per prevenire un ritardo nella diagnosi e quindi nella cura. Come ha spiegato a Umbria24 la dottoressa Alice Bernardelli, è consigliabile attendere almeno tre settimane tra quando si pensa di essere entrati in contatto con il virus e il momento del test, per avere una diagnosi precisa. Se invece si è certi di aver avuto un rapporto non protetto con una persona sieropositiva, spiega il professore Emidio Albertini, docente di genetica agraria all’Università degli studi di Perugia e responsabile del gruppo salute Omphalos, ci si può recare entro le prima 48 ore, direttamente al pronto soccorso, dove si verrà rindirizzati al reparto di malattie infettive. Presso l’ospedale il paziente sarà sottoposto ad un test, accessibile esclusivamente con ricetta, basato sull’amplificazione del Dna. In caso di esame positivo il paziente sarà poi indirizzato alla profilassi post esposizione, Pep, cioè un percorso di terapia simile a quello intrapreso da chi scopre di essere sieropositivo, volto a prevenire lo sviluppo dell’infezione.

La tempestività Se invece ci si sottopone al test una volta che i sintomi sono già comparsi, il rischio è di aver già compromesso il proprio sistema immunitario. I rischi per i late presenters, così vengono definiti quanti scoprono di essere sieropositivi una volta sviluppata la malattia, non sono però più gravi come una volta, «anche se ormai di Aids non si muore più – continua il prof Albertini – è importante prendere il virus per tempo perché le difese immunitarie non si ripristinano come prima dell’infezione». Le terapie rivolte alle persone sieropositive, permettono attualmente, dopo un certo periodo di tempo e in seguito agli accertamenti dell’infettivologo, di abbattere la probabilità di passare il virus. Albertini precisa che «la carica virale si abbassa al punto da diventare undetectable e untrasmittable, cioè essere in una condizione in cui il virus non è più rintracciabile e quindi diventa intrasmissibile».  I dati nazionali riportano una diffusione del virus inferiore al 2 per cento sul totale della popolazione, mentre all’interno della comunità Lgbt+ la percentuale si alza al 12 per cento. La fascia d’età più a rischio è quella dai 20 ai 29 anni, dal momento che è stata meno toccata dalle campagne di informazione pubblica legate alla prevenzione dell’infezione che hanno invece caratterizzato gli anni 90 del secolo scorso.

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