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domenica 16 gennaio - Aggiornato alle 20:15

La scienza non soffia su no vax e paure, ma su terza dose e immunità c’è altro da sapere

Parla l’immunologa: «Necessità di nuovi test». I richiami, le varianti e tamponi: cosa bisogna sapere

©Fabrizio Troccoli

di Maurizio Troccoli

La premessa è che la verità va detta. Ovviamente tenendo conto che non tutti hanno gli strumenti per orientarsi. Come anche che, in troppi, sono pronti a strumentalizzare le informazioni, o ancora che le fragilità culturali e non solo, si prestano più alle ansie che all’approfondimento. Proviamo quindi a conoscere aspetti di questa fase della pandemia su cui ci si confronta di meno. Risponde a Umbria24 Luigina Romani, immunologa e docente ordinario all’università di Perugia, senza dubbio tra i professionisti, in Italia, che si occupano, da più tempo, di immunologia.

Perché siamo costretti a fare richiami su richiami se, di solito, per ogni vaccino, facevamo un solo richiamo?

Dobbiamo fare una precisazione. Lei sicuramente intende il vaccino a Rna e, su quello, dobbiamo verificare alcune cose. Invece sul vaccino a vettore virale, da 70 anni, sappiamo che si procede a una prima stimolazione e a una dose booster dopo un tot di tempo. Non potremmo fare ulteriori richiami perché il sistema immunitario colpisce sia il vettore che la molecola ‘trasportata’. Otterremmo il risultato che la risposta al vettore non farebbe più attivare la risposta alla proteina, scatenando un rigetto.

Quale sarebbe quindi la precisazione sui vaccini a Rna quindi Pfizer e Moderna?

Su questi non sapevamo nulla. Pensavamo bastassero due dosi e invece l’esperienza ci ha dimostrato che non era come per i vaccini a vettore virale.

C’è il rischio quindi che bisogna ripeterli in continuazione?

No. Bisogna stare invece attenti. Il sistema immunitario non va sollecitato al buio. Potrebbe smettere di reagire, o persino reagire negativamente. I vaccini a raffica meritano una riflessione che sia Ema (l’Agenzia europea del farmaco) che l’Oms (l’Organizzazione mondiale della sanità) stanno compiendo.

Che, tradotto, significa rischiare di scatenare i presupposti di una disfunzione immune. E allora?

Bisogna innanzitutto fare la differenza tra anticorpi e linfociti di tipo T e B. Entrambi questi ultimi sono depositari della memoria immunologica. Dobbiamo capire meglio, in che misura, i vaccini a Rna sono capaci di stimolare questi linfociti.

Al momento cosa sappiamo?

La pubblicazione di Nature del 12 gennaio, dice che con la tripla dose riusciamo a produrre questi linfociti. E’ una buona notizia. Significa che riusciamo a combattere anche la variante Omicron ed altre varianti. Gli anticorpi, da soli, non riescono a combattere tutte le varianti, i linfociti T e B invece riconoscono, non le parti variabili, ma le porzioni costanti del coronavirus che sono presenti sempre, anche nelle varianti mutate. Il presupposto di una vera vaccinazione sono appunto i linfociti T, senza i quali avremmo una memoria fugace.

Ma ci viene spiegato che erano molti anni che si studiavano i vaccini a Rna, allora perché non si sono accorti prima che avevano bisogno di una terza dose per produrre più memoria immunitaria?

Perché sono stati studiati prevalentemente in campo oncologico e, la risposta ai tumori e ai microbi, è molto diversa. Non sono mai stati testati in una pandemia quindi le informazioni arrivano progressivamente. Tra l’altro, bisogna comprendere quanta parte del comportamento del sistema immunitario è influenzata dalla vaccinazione di massa e, quanta parte, invece, dall’infezione in corso. Anche queste informazioni vanno affinate col tempo.

Si parla tuttavia di quarta dose. Israele già procede, sbaglia?

Israele faccia per sé. L’immunologia deve tenere conto dei contesti. Significa che, in una data popolazione, esiste una storia di rapporto tra le persone e i virus. Ci sono popolazioni entrate in contatto con coronavirus in precedenza e che hanno storie diverse che incidono sulla memoria immunitaria. Noi, ora invece, dobbiamo bene capire se, con la terza dose, abbiamo raggiunto la capacità di stimolazione ottimale dei linfociti che non riuscivamo ad avere con sole due dosi, come sembra. L’alternativa sarebbe stata riconoscere che i vaccini a Rna non sarebbero potenti quanto ci si attendeva nell’indurre una risposta, sia in termini di anticorpi che di linfociti. Una volta ottenuta la risposta, dobbiamo fermarci.

C’è un altro problema allora: che non sappiamo quanto ognuno, singolarmente, è in grado di rispondere. Magari si fa la terza dose, avendo già un sistema immunitario in grado di rispondere. Con l’attuale  sintomatologia bassa o assente, si potrebbe legittimamente dedurre che non ci si è infettati e quindi farsi l’ulteriore richiamo che potrebbe avere conseguenze contrarie a quelle desiderate. Come si viene fuori da questo problema? E potrebbe essere un’idea quella di monitorare gli anticorpi con il test sierologico?

Si viene fuori facendo quello che chiedo da tanto tempo. Monitorare i linfociti, oltre che gli anticorpi. Certo, il sierologico andrebbe fatto per sapere quanti anticorpi hai, ma non basta. Abbiamo contezza di soggetti che hanno bassi anticorpi e una buona memoria immunitaria, ovvero una buona presenza di linfociti T e B. Quel soggetto potrebbe essere considerato capace di rispondere al virus. In quel caso la terza dose non andrebbe fatta. L’unica soluzione è, quindi, avere strumenti per misurare la memoria immunitaria. Ora esiste un test per i linfociti T, che è stato autorizzato a dicembre, ma non è semplice come un sierologico. E’ più complesso, tuttavia, a mio avviso, andrebbe molto favorito.

Ci si preoccupa tanto di un 10% di no vax presenti in Italia, perché occupano posti preziosi in ospedale, nonostante gli sia stato offerto un vaccino gratis. Ma ci si preoccupa, forse meno, di un 90% di popolazione, ‘pochi metri’ più distante, in Africa, che genera varianti a ripetizione. Non sarebbe il caso di concentrarsi su di loro?

E’ esattamente così. Capisco che ci si arrabbi per chi occupa un posto in ospedale e che ci fa sentire lesi i diritti di pazienti con patologie gravi che ne hanno bisogno. Bisogna tuttavia comprendere anche le fragilità e le paure dei no vax. C’è un tema più grande ed è l’Africa, dove si generano appunto le varianti che poi continuano a colpire anche noi. Lì, si sta consumando una ulteriore ingiustizia. Tutti sanno che, se come Paese identifichi varianti non sei buono: nel senso che vieni guardato con l’occhio malevolo per avere riconosciuto di generarle. Eppure l’Africa non si è sottratta a questo compito scientifico, dotandosi di tecnologia avanzata e compiendo un servizio preziosissimo per la comunità scientifica e il resto del mondo. In cambio i paesi sviluppati cosa fanno? Non si occupano di loro: né vaccini, né cure.

I tamponi antigienici ormai utilizzati da chiunque, funzionano, o c’è un problema sia di sensibilità dello strumento che di incapacità ad utilizzarlo con il fai da te?

Sarebbero da eliminare tutti: diventano un pretesto per tamponarsi quando non ce n’è bisogno. Non sono sensibili al 100% quindi non scovano tutte le positività. In un momento come questo, nel quale possiamo potenzialmente essere contagiati tutti, è meglio monitorare i sintomi e, a quel punto, eseguire un test molecolare. Questo ricorso all’antigienico ha il sapore di isterico e paranoico.

Alcuni genetisti cinesi sostengono che la variante Omicron abbia compiuto un doppio salto di specie, passando dall’uomo al topo, per poi tornare all’uomo. Invitano a studiare di più le infezioni sugli animali, è d’accordo?

E’ uno studio che non è provato scientificamente. I meccanismi di infezione nel topo e nell’uomo sono molto diversi, i recettori sono diversi. Lascerei da parte queste tematiche per momenti più tranquilli. Gli studi fanno sempre bene, sugli animali e sugli uomini ma, in questa fase, mi concentrerei su quello che ancora dobbiamo conoscere che ci riguarda da vicino. Senza distrazioni.

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