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mercoledì 19 gennaio - Aggiornato alle 19:43

L’Umbria in questo decennio rischia di perdere altri 34 mila abitanti. Nel 2050 gli over 65 saranno il 40%

L’Istat ha aggiornato le previsioni demografiche. Fra 30 anni il rapporto tra ultra 65enni e under 14 potrebbe essere di quattro a uno

Anziani in un parco di Perugia (©Fabrizio Troccoli)

di Daniele Bovi

Il dato sostanzialmente certo è che ci sarà una diminuzione, con un’entità che sarà possibile stabilire solo nel corso dei prossimi anni. Venerdì l’Istat ha aggiornato le previsioni demografiche che, a livello nazionale, restituiscono un «potenziale quadro di crisi», nell’ambito del quale ovviamente l’Umbria non fa eccezione. L’arco temporale coperto dall’analisi è quello che va dal 2020 al 2070 e come dato di riferimento Istat indica quello dello scenario mediano.

Le previsioni Prendendo in considerazione quest’ultimo e l’intervallo di confidenza al 90 per cento (ovvero il fatto che un valore cada tra due estremi con probabilità pari al 90 per cento), in Umbria si passerebbe dagli 870 mila abitanti del 2020 agli 836 mila del 2030, con una ‘forchetta’ che oscilla da un minimo di 829 mila a un massimo di 844 mila. Nel 2040 invece si passerebbe a 806 mila, con una possibile oscillazione però molto ampia (da 783 mila a 831 mila); dieci anni più tardi la popolazione umbra si attesterebbe sulle 768 mila unità, nel 2060 a 713 mila e nel 2070 a 658 mila. «Le previsioni demografiche – avverte però Istat – sono, per costruzione, tanto più incerte quanto più ci si allontana dall’anno base». A riprova di ciò, l’oscillazione per il 2070 è enorme: da un minimo di 564 mila a un massimo di 764 mila.

La diminuzione Benché le forchette siano molto ampie un dato è certo: le probabilità che da qui al 2070 la popolazione possa aumentare sono minime. «Sebbene non sia esclusa – nota infatti l’Istituto commentando il quadro nazionale – l’eventualità che la dinamica demografica possa condurre a una popolazione nel 2070 più ampia di quella odierna, la probabilità empirica che ciò accada è minima, risultando pari all’1 per cento». Già da diversi anni l’Umbria come il resto dell’Italia sta affrontando la realtà di un ricambio naturale negativo, «fattore alla base – ricorda l’Istat – del processo di riduzione della popolazione e nonostante la parziale contropartita di dinamiche migratorie con l’estero di segno positivo».

I numeri Per compensare questi numeri, non bastano quelli delle persone in arrivo da altre regioni italiane o da altri paesi: il saldo migratorio totale infatti porterà in Umbria tra le 2.300 e le 2.500 unità ogni anno nei prossimi decenni, per la quasi totalità grazie agli arrivi da altre nazioni; un fenomeno peraltro caratterizzato da enormi fattori di incertezza. Sulla base di questi scenari è destinata a crescere nel corso del tempo la quota di persone anziane sul totale della popolazione, che già ora vede l’Umbria ai vertici in Italia: se ora si parla di un 26 per cento di over 65 (tre punti in più della media nazionale), il dato dovrebbe salire al 30 per cento nel 2030 e al 36 per cento nel 2040, mentre nei decenni tra il 2050 e il 2070 oscillerebbe tra il 38 e il 39 per cento. Accanto a ciò si accompagna un aumento della speranza di vita, che per gli uomini passerebbe dagli 81 anni attuali agli 84 del 2030 fino agli 85,4 del 2040, mentre per le donne si arriverebbe rispettivamente agli 87,6 e 88,6 (dagli 85,6 attuali).

Giovani e anziani E se a livello nazionale il rapporto tra under 14 e over 65 nel 2050 potrebbe essere di tre a uno, in Umbria si sfiorerebbe il quattro a uno. Forte potrebbe quindi essere lo scossone per la fascia in età lavorativa, quella che va dai 15 ai 64 anni: dal 61,8 per cento del 2020 si potrebbe passare al 59,8 del 2030 fino al 53,8 del 2040 e al 50,4 del 2050. «Come nel caso della popolazione anziana, quindi, anche qui – spiega Istat – un quadro evolutivo certo del quale non solo vanno valutati gli effetti sul mercato del lavoro e sulla programmazione economica futura, ma anche la pressione che il paese dovrà affrontare nel cercare di mantenere l’attuale livello di welfare».

Le aree periferiche Un altro elemento assume una particolare rilevanza per l’Umbria, regione punteggiata da piccole realtà e dove quasi l’80 per cento dei Comuni ha meno di 10 mila abitanti. A livello nazionale (dati regionali su questo fronte non ce ne sono) Istat sottolinea che tra il 2020 e il 2030 la popolazione dei Comuni delle zone rurali potrebbe ridursi del sei per cento; un fenomeno particolarmente accentuato nel Mezzogiorno. Poi ci sono le aree interne, caratterizzate dalla distanza fisica dall’offerta di servizi essenziali. «Qui – dice Istat – la quota di Comuni con saldo negativo della popolazione nel decennio sale al 95%, facendo nel complesso registrare una riduzione della popolazione pari al 9,6%».

Aree urbanizzate A resistere meglio potrebbero essere i Comuni a densità intermedia e le aree a forte urbanizzazione; in particolare in queste ultime la popolazione, grazie alla capacità attrattiva di questi territori, nel decennio attuale potrebbe crescere. Un fenomeno che caratterizzerebbe però solo il Centro-Nord del paese. La prospettiva dei prossimi anni «sarà dunque vedere i grandi centri urbani, soprattutto del Centro-Nord, continuare a esercitare capacità attrattiva dalle zone rurali più remote, soprattutto se del Mezzogiorno». Guardando invece alle dinamiche migratorie di breve raggio «i grandi centri urbani – aggiunge Istat – non costituiscono affatto la meta di destinazione preferita che, al contrario, si dimostra essere il piccolo centro, spesso alla periferia o nelle vicinanze dello stesso grande centro urbano».

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