lunedì 18 febbraio - Aggiornato alle 04:10

Infibulazione in Umbria, 600 tra donne e bambine hanno subito mutilazioni genitali

Seicento tra donne e bambine mutilate. Si chiama infibulazione un fenomeno barbaro ancora vivo in diversi paesi soprattutto africani che consiste nella mutilazione di parte dell’apparato sessuale femminile. Il fenomeno è stato oggetto di uno studio, che la Regione Umbria ha commissionato alla Fondazione “Angelo Celli” per la cultura della salute una ricerca su “Mutilazioni genitali e salute riproduttiva della donna immigrata in Umbria”, i cui risultati sono stati presentati, a Villa Umbra, in occasione dell’ultimo seminario del percorso biennale per operatori sociali, sanitari, educativi. Alla presentazione sono intervenuti la vicepresidente della Giunta regionale e assessore alle Politiche sociali, Carla Casciari; il presidente della Fondazione “Celli” e della Società italiana di antropologia medica, Tullio Seppilli, supervisore scientifico della ricerca; le antropologhe Carlotta Bagaglia, Sabrina Flamini, Maya Pellicciari e Chiara Polcri, che hanno curato la ricerca insieme a Michela Marchetti.

I risultati Lo studio, condotto tra il 2011 e il 2013, ha coinvolto sia le donne residenti in Umbria provenienti da Paesi con alta diffusione di mutilazioni genitali femminili, sia gli operatori socio-sanitari che operano nella regione, con il preciso obbiettivo di verificare la consistenza e il carattere del fenomeno, la presenza di donne già sottoposte alla pratica nel Paese d’origine, i livelli di informazione che risultano averne gli operatori socio-sanitari. Se è difficile quantificare il fenomeno in maniera precisa, per le ovvie difficoltà di rilevazione, partendo da una ricognizione delle presenze delle donne immigrate in Umbria provenienti dai Paesi dove secondo l’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, sono maggiormente diffuse le pratiche di manipolazione dei genitali femminili, si stima che oltre 600 tra donne e bambine residenti in Umbria abbiano subìto una qualche forma di mutilazione genitale.

Per conoscere «Il fenomeno delle mutilazioni genitali femminili, che risulta ancora per la maggior parte sommerso – ha detto Casciari – va approfondito nei suoi aspetti culturali, ma anche per la tutela della salute in termini di assistenza sanitaria e psicologica. Abbiamo voluto conoscere – ha spiegato la vicepresidente – quanto sia diffuso e quale sia il carattere del fenomeno nel nostro territorio, dati utili anche alla programmazione degli interventi di sensibilizzazione e formazione degli operatori sanitari e socio-educativi. La Regione Umbria – ha sottolineato – vuole rafforzare le azioni per la tutela della salute e del benessere delle donne anche attraverso la costituzione di un Centro regionale di riferimento che funga da polo formativo, ma anche con compiti di supporto e consulenza per la mediazione socio-culturale fra le donne e i servizi del territorio».

Pratiche considerate normali «Dalla ricerca – ha rilevato il professor Seppilli – risulta confermato anche per l’Umbria quanto già abbastanza noto: che molte donne provenienti dai Paesi in cui le mutilazioni genitali femminili vengono tradizionalmente praticate le considerano del tutto ‘normali’, ovvie e positive o comunque opportune per sé e per le proprie figlie”.
La questione, per il presidente della Fondazione “Celli”, investe “un vero e proprio conflitto di valori fra differenti culture. E come tale va compreso e affrontato. Solo la prospettiva del dialogo, cui fornisce materiale questa ricerca – ha rilevato – sembra poter evitare le due possibili (e reali) modalità di riproduzione del costume: che le bambine, nate ormai in Italia o giunte nel nostro Paese con le loro madri a loro tempo oggetto della pratica, siano affidate qui a operatrici clandestine, oltretutto con i seri rischi che ciò comporta, o vengano invece riportate nel loro Paese di origine proprio per subire lì il tradizionale intervento».

Interviste L’indagine si è sviluppata con una ricerca sul campo, condotta dalle antropologhe Sabrina Flamini e Maya Pellicciari, attraverso interviste con donne immigrate a Perugia e a Terni dai Paesi di interesse per il progetto, avvalendosi della collaborazione di istituzioni e associazioni impegnate a vario titolo nelle attività e nei servizi per gli immigrati (dalle Aziende sanitarie locali, alla Consulta regionale per l’immigrazione, Arci, Caritas) e del Centro islamico di Terni.

Silenzio Dagli incontri e dalle interviste, su un tema “difficile” sotto tutti gli aspetti, superando il “silenzio” delle donne, è emerso che per ciascuna «la questione della modificazione dei genitali si presentava fortemente intrecciata a storie di vita complesse, diversissime l’una dall’altra, a riferimenti culturali o religiosi del tutto eterogenei, a posizionamenti sempre negoziati sia con il contesto sociale di provenienza che con la nuova condizione di vita in Italia». Le motivazioni a “giustificazione” della pratica sono «innumerevoli, estremamente variegate, e vengono fatte risalire ora all’ordine religioso, ora a quello estetico, ora a quello della pura ‘tradizione’».

Motivi variegati Focalizzando l’attenzione su alcuni tratti specifici, emersi con più insistenza nelle donne incontrate a Perugia e a Terni, dalla ricerca sul campo si evince che la mutilazione dei genitali sembra «avere molto più a che fare con l’immagine di sé e del proprio Paese di provenienza, con il senso di appartenenza a una determinata cultura, tradizione o religione, con i conflitti e le rinegoziazioni connesse alla migrazione, piuttosto che con questioni puramente sanitarie: non si tratta infatti di un “problema” per il quale queste donne si rivolgono ai servizi sanitari, se non nei rari casi di richiesta di intervento per deinfibulazione». L’incontro con donne dai genitali modificati, mutilati, “diversi” – secondo la ricerca – rappresenta «semmai un problema dei servizi e, nello specifico, degli operatori: problema che solo in un secondo momento torna ad essere anche delle donne, costrette dalla reazione degli operatori a sentire il proprio corpo come estraneo, diverso, nella necessità di doversi giustificare, e di dover giustificare una pratica che nella maggior parte dei casi nemmeno loro vorrebbero difendere».

Più informazione Per sondare la percezione e l’entità del fenomeno delle mutilazioni genitali femminili nell’esperienza degli operatori sociosanitari umbri, anche per rilevare eventuali casi di bambine e donne interessate da queste pratiche, le antropologhe Carlotta Bagaglia e Chiara Polcri hanno coinvolto attraverso un questionario medici di medicina generale, pediatri, ginecologi, ostetriche, infermieri e assistenti sociali in servizio all’interno delle Aziende sanitarie e ospedaliere dell’Umbria. La maggioranza degli operatori (69 per cento) denuncia la difficoltà a riconoscere sulle donne che si rivolgono ai servizi possibili modificazioni dei genitali praticate. Dall’analisi, è emersa «con forza la necessità di attivare adeguati ed efficaci interventi di informazione/formazione rivolti agli operatori sociosanitari, agli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado e alla cittadinanza». Una formazione «capace di fornire dispositivi per avviare un percorso di sensibilizzazione rivolto alle donne migranti e alle nuove generazioni, per cogliere la complessità insita nell’esperienza dell’”altro”, per individuare gli eventuali segni di disagio trasmessi da donne e bambine». Inoltre, per aprirsi e confrontarsi in un dialogo critico e costruttivo, si indica come «fondamentale e quanto mai urgente la realizzazione di occasioni di scambio, confronto e condivisione anche per acquisire strumenti capaci di svelare nuove prospettive».

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