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domenica 5 febbraio - Aggiornato alle 13:06

I giornalisti umbri sono andati a scuola di giornalismo dal vescovo di Perugia

«La verità anche se fa male va detta sempre, ma con carità. Siate garanti di informazioni verificate. No alle veline che nascondono, non rivelano»

di Maurizio Troccoli

I giornalisti umbri sono andati a lezione di giornalismo dal vescovo di Perugia, nel giorno in cui la chiesa celebra la ricorrenza del santo patrono di questa professione, san Francesco di Sales. Nella forma e nella sostanza, ovvero nei modi e nel messaggio, il nuovo vescovo perugino ha esortato i giornalisti, a non allontanarsi mai dalla verità, anche quando questa, purtroppo, provoca sofferenza, ma a farlo «con carità». «Parlare con cuore richiede, innanzitutto, di purificarlo, per andare oltre l’apparenza e il rumore», ha detto, precisando che è possibile farlo – e l’invito è in questa direzione – anche in questa epoca di forti «polarizzazioni e contrapposizioni», bisogna saper ‘custodire la lingua dal male’, evitando una comunicazione aggressiva per non fomentare «un livore che esaspera, genera rabbia e porta allo scontro», invece di «aiutare le persone a riflettere pacatamente, a decifrare, con spirito critico e sempre rispettoso, la realtà in cui vivono».

No alle veline Poche parole che bastano a stabilire i contorni di una realtà, il giornalismo, travolta da terremoti, uno dietro l’altro, che trasformano chi scrive e chi legge. Il vescovo Maffeis, trova ragione di uno sguardo acuto su queste dinamiche, per la sua lunga esperienza nel mondo della comunicazione, che oggi gli consegna un osservatorio privilegiato. Una battuta su tutte è la cifra di una profonda consapevolezza. Non sono stato mai d’accordo – ha detto – al giornalismo delle veline, dove le verità puntano più a essere nascoste che svelate. Ha fatto quindi riferimento al libero, ma doveroso, dovere d’indagine del giornalismo, oltre la comunicazione istituzionale, che potrebbe favorire la propaganda all’informazione. A svantaggio di chi legge, che invece ha il diritto di conoscere. E’ chiaro al vescovo di Perugia, tuttavia, come il comportamento dei lettori può influire sulla qualità dell’informazione. «Meno rumore – ha esortato – meno informazione per la pancia, più per la testa», con un esplicito riferimento all’informazione confezionata per l’urlo social e le virali dinamiche dei numeri, da mettere a disposizione del mercato pubblicitario, al fine di garantire gli incassi che servono a tenere in piedi le aziende editoriali.

Chi scrive e chi legge Si è in un’epoca di transizione, dove ci si confronta con una larga fetta di pubblico, molto interessato a commentare e poco incline ad approfondire. Ci si imbatte con piazze virtuali, che alimentano discussioni, sulla base di un titolo senza neppure sfiorare i contenuti, determinando quote di ‘utenti clienti’ che rischiano di condizionare le aziende e fare abbassare i livello qualitativo dell’informazione, per un insindacabile diritto di sostenibilità. E’ proprio rispetto a questi scenari che Maffeis ha chiesto, ai giornalisti, di distinguersi nell’infinita massa delle cose che circolano e che chiamiamo informazioni, e di essere i terminali, i riferimenti, di quella credibile e certificata. Garantita dalla capacità professionale. Che deve puntare a una formazione attenta di giovani leve ancora capaci di lasciarsi suggestionare e appassionare.

In Curia Il vescovo giornalista, pur sollecitato, non ha indicato il suo progetto per la comunicazione dei tanti strumenti di informazione che fanno capo alla diocesi perugina. Ma ha dato l’impressione di avere una idea che, renderà nota entro la quaresima. La battuta di qualcuno? Speriamo che ‘quaresima’ non sia da prendere alla lettera.

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