sabato 21 ottobre - Aggiornato alle 23:21

Gatti neri sacrificati nei riti della magia la notte di Halloween tra Perugia e Terni

Ogni anno nella notte di Halloween vengono sacrificati da gruppi di «satanisti fai da te, esoterici da strapazzo ed altri imbecilli migliaia di gatti neri uccisi in nome di un non ben definito rito della magia nella notte delle streghe». A renderlo noto è il sito dell’Aidaa, associazione italiana difesa animali e ambiente.

I luoghi dei riti «Come ogni anno – è scritto sul sito – anche quest’anno l’associazione italiana difesa animali ed ambiente organizzerà per la notte di Halloween delle ronde che vedranno impegnati centinaia di volontari che pattuglieranno le zone dove avvengono sacrifici nella notte delle streghe, si tratta di cimiteri, ex chiese sconsacrate, boschi ed altri luoghi appartati. Secondo una stima presa dalle segnalazioni delle sparizioni e dei rapimenti di gatti neri, ogni anno sono almeno 35.000 i gatti neri che vengono uccisi, di questi una buona parte per la realizzazione delle pellicce, mentre alcune migliaia vengono sacrificati nella notte di Halloween ed in altre notte del solstizio d’estate e d’autunno (festa questa celebrata anche dalle sette massoniche esoteriche). L’invito a tutti in questi giorni è di controllare i propri gatti neri, senza farsi prendere da isterismi e a denunciare immediatamente le sparizioni anche attraverso il nostro portale: [email protected]

L’Umbria codice rosso Secondo Lorenzo Croce, presidente dell’associazione animalista Aidaa le zone italiane più a rischio sono il Piemonte, il varesotto, la zona a cavallo tra Viterbo e Roma, Terni e Perugia «dove lo scorso anno – ha spiegato Croce all’Adnkronos e pubblicato dal Messaggero – abbiamo beccato un gruppo che faceva un rito esoterico dentro una chiesa sconsacrata». 

Gatti mangiati «In Italia si mangiano ancora migliaia di gatti», rende noto ancora l’Aidaa, tramite l’agenzia di stampa AdnKronos che segnala come, l’ultimo dato relativo al 2011 parla di circa 6.000 gatti mangiati in Italia, «e non solo per effetto della crisi»: «Si tratta di un’abitudine legata non alla necessità ma alla tradizione culturale di alcune zone d’Italia del centro nord, soprattutto nell’est della Lombardia, in Emilia Romagna e nell’ovest del Veneto». 

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