martedì 26 marzo - Aggiornato alle 03:13

Figlio di due mamme, il piccolo Joan è un caso non solo legale: ecco tutta la verità

Umbria24 ha indagato sull’ipotesi dell’intervento dell’avvocatura comunale su Romizi. Marini: «Si riconosca e si tuteli il bambino». Le norme e l’indagine

Foto generica archivio

di Maurizio Troccoli

Il piccolo Joan è ormai un caso. Il bimbo nato in Spagna da due mamme perugine, iscritte a Perugia nei registri dei residenti all’estero, non è stato registrato né per ricevere la cittadinanza italiana, né quella spagnola. Per quanto riguarda la Spagna il caso è più semplice da spiegare, tenuto conto che è figlio di due italiane e, per la stessa legge vigente in Italia, ovvero non esistendo lo Ius Soli, deve ottenere cittadinanza del paese di provenienza dei genitori. Per quanto riguarda quella italiana,  semplicemente perchè il Comune di Perugia non ha accettato la trascrizione. Per capirne le ragioni però bisogna conoscere diversi aspetti.

E’ realmente figlio di due mamme Innanzitutto comprendere che il bambino è nato da una fecondazione eterologa. Ovvero l’ha portato in grembo una delle madri, ma l’ovulo con il quale è stato fecondato l’embrione, è dell’altra mamma. Motivo per cui, il consolato spagnolo non ha potuto fare altro che riconoscere le due madri, una per averlo portato in grembo e partorito, l’altra per esserne biologicamente legata, per via del suo ovulo.

Trascrizione, non trascrizione Una volta giunta al Comune la richiesta di trascrizione della nascita, il Comune avrebbe potuto accettare o rifiutare. A parere dell’opposizione di Perugia, nello specifico di Cristina Rosetti (M5s), ma anche di Sara Bistocchi e Tommaso Bori (Pd), come anche dei radicali e dell’associazione Omhalos, il comune avrebbe dovuto trascrivere integralmente il bambino, riconoscendo entrambe le madri. O, al massimo, avrebbe dovuto trascriverlo parzialmente, riconoscendo almeno la madre che l’ha partorito. Non fosse per il fatto che in Italia – hanno spiegato – vengono trascritti anche i bambini abbandonati, direttamente dall’ufficiale di stato civile, o i figli incestuosi. Per la semplice ragione – spiegano – che il diritto del nascituro è considerato prioritario e prevalente sia dal diritto internazionale (tecnicamente e genericamente definito come ordine pubblico), che da due sentenze della Cassazione. La parziale trascrizione, tra l’altro, avrebbe consentito ai genitori, di impugnare la decisione, quindi di fare ricorso, facendo così pronunciare un giudice che «avrebbe riconosciuto entrambe le madri, come accaduto ovunque in Italia siano già successi casi analoghi», hanno spiegato ancora gli organizzatori di una conferenza stampa, sul caso a Perugia.

L’INDAGINE: VIDEO

Due mamme già riconosciute, diritto già formato Se intanto il Comune ha deciso per il rifiuto sia della parziale che della totale, c’è un’altra questione che va chiarita. Ovvero che secondo il parere dell’avvocato di Omphalos, pronunciarsi solo sulla parzialità, per quanto avrebbe riconosciuto i diritti fondamentali del bambino, strettamente legati alla trascrizione, come quello della cittadinanza, sarebbe stato non conforme e non congruo poichè a riconoscere la reciproca genitorialità delle due mamme è già il consolato Spagnolo. Infatti l’atto trasmesso al Comune di Perugia è arrivato dal consolato, e quel riconoscimento si è già «formato» in uno stato europeo, che riconosce a entrambe le donne di essere madri, senza favorire l’una sull’altra.

Contraddizioni Ma come si giustifica il Comune di Perugia? Se si richiama alla differenza sostanziale tra le sentenze della cassazione con il caso ‘Joan’ e se parla di difformità nella formulazione della richiesta «dice delle bugie», spiega Stefano Bucaioni, presidente Omphalos. «Nel primo caso perchè non spiega la differenza. Nel secondo perchè rispondendo formalmente con le ‘ragioni dell’ordine pubblico’, è il Comune stesso a non contestare le difformità nella domanda, ma a dare spiegazioni di altra natura».

Comune e prefettura Ma il sindaco Andrea Romizi e il suo assessore Draman Vaguè, in consiglio Comunale, hanno motivato la decisione così : «Viste le recenti sentenze della corte di Cassazione e della corte di Appello di Torino su casi simili, il 19 aprile si è deciso di chiedere alla Prefettura un motivato parere circa la trascrivibilità dell’atto. Il 17 maggio la Prefettura ha risposto precisando che ‘nella fattispecie non si ravvisa l’esigenza di acquisire alcun parere atteso che le pronunce giurisprudenziali richiamate sono riferite a decisioni adottate dai giudici a seguito di specifici gravami prodotti avverso provvedimenti di diniego degli ufficiali di stato civile’.  La Prefettura ha poi richiamato l’attenzione in merito all’applicazione della normativa vigente che, come noto, non consente la trascrizione dell’atto di cui trattasi. In applicazione, pertanto, dell’art 9 del Dpr 396/2000 secondo cui ‘l’ufficiale di stato civile è tenuto ad uniformarsi alle istruzioni che vengono impartite dal ministero dell’interno’, è stata rifiutata la trascrizione. E’ stata altresì verificata l’opportunità di una trascrizione parziale risultata impossibile». In sostanza, provando a tradurre quanto scritto dalla Prefettura, «non esistendo in Italia il ‘precedente giudiziale’ – spiegano da fonti vicine alla prefettura – le sentenze di Cassazione non possono essere prese a riferimento normativo da un prefetto, va da se che formalmente si invita a favorire il percorso che interpella un giudice».

Le risposte al sindaco A tutto questo però viene contestato, dalle opposizioni, innanzitutto che il parere del prefetto non è vincolante, in secondo luogo che come sosterrebbe lo stesso prefetto «non si ravvisa l’esigenza di acquisire alcun parere», in terzo che «In Italia – spiega il legale di Omphalos – è accaduto persino che un sindaco abbia trascritto, vedi De Magistris, e un prefetto sia intervenuto per modificarne la trascrizione ma, alla fine, il giudice, abbia dato ragione a chi ha trascritto». Ecco perchè, aggiunge Rosetti «un sindaco in qualità di ufficiale di stato civile, applica la legge, si attiene alle sentenze della Cassazione pronunciate in maniera univoca, non trasforma il suo ruolo di garanzia per tutti, in una risposta ideologica al proprio elettorato».

PER APPROFONDIMENTO NORMATIVO, LEGGI Silvia Ricci

Il caso dell’avvocatura La questione si infittisce quando, in conferenza stampa, c’è chi insinua che persino l’avvocatura del Comune si sarebbe pronunciata con il sindaco, consigliandolo di agire in autotutela e provvedere alla trascrizione, per evitare richieste di risarcimento. «Tant’è che in quel caso – ancora Omphalos – sarebbe il Comune a pagare, non il prefetto». Umbria24 ha provato a capire cosa avrebbe detto l’avvocatura del Comune e, in cambio dell’anonimato, chi era presente in quello scambio di carteggi e in quella comunicazione ha detto: «Si è vero, una comunicazione scritta tra avvocatura e Comune c’è stata. Anche se non dovuta. Parliamo di documentazione scritta, non protocollata. Quindi formale fino a un certo punto». Bene e cosa ha detto l’avvocatura al Comune? «Stando al proprio ruolo ha solo illustrato il quadro normativo esistente. Che tra l’altro sia gli ufficiali di stato civile, sia il sindaco, in linea di massima, conoscevano. Come conoscevano le sentenze di Cassazione pronunciatesi a favore della trascrizione. In verità credo – ancora la fonte che ha chiesto di rimanere anonima – il sindaco si è sentito più tutelato ad agire come indicato dal prefetto, determinando così le condizioni affinché a seguito di un ricorso fosse un giudice a decidere, piuttosto che agire direttamente. Non credo l’abbia fatto per ragioni ideologiche, ripeto, quanto per una maggiore tutela». Rispetto invece al suggerimento di agire in autotutela? «Beh su questo mi limito a dire che non è sempre possibile».

Interviene anche la presidente Marini A Seguito della pubblicazione di questo articolo è intervenuta anche la presidente dell’Umbria Catiuscia Marini, sollecitando a riconoscere l’identità anagrafica del bambino, tenuto conto che lo si fa anche in assenza di genitori figurarsi in questo caso che «ce ne sono due».

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