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domenica 16 gennaio - Aggiornato alle 20:15

Dimissioni volontarie dal lavoro, in Umbria fenomeno più intenso che nel resto d’Italia

Il dato emerge dall’ultimo studio dell’Aur. Nel 2021 una crescita intensa ma fragile e piena di incertezze

La presentazione della relazione

di Danilo Nardoni

Una situazione in «netto miglioramento» rispetto al 2020 ma «tutt’altro che rosea». Una «crescita intensa con prospettive positive» ma «fragile e caratterizzata dall’incertezza». Questo il quadro che emerge dalla relazione economico sociale di fine anno dell’Agenzia Umbria Ricerche, illustrata giovedì dalla presidente della Regione Umbria, Donatella Tesei, dal commissario straordinario Aur Alessandro Campi e dai ricercatori Elisabetta Tondini e Mauro Casavecchia. Uno studio che «non è solo una fotografia statica della situazione attuale ma vuole dare linee di tendenza a chi deve decidere nell’interesse della collettività».

Lo studio «L’Umbria che riparte» è il titolo scelto dall’Aur per lo studio, definito però «non enfatico e inutilmente ottimista» visto che arriva dalla «fotografia statistica ed empirica» che i ricercatori dell’Aur hanno potuto rilevare: «Tutte le fonti – ha spiegato Campi – dicono che nel 2021 c’è stata una significativa ripresa economica dell’Umbria. Si sono quindi poste le basi solide perché nel 2022, anno decisivo anche per l’impatto del Pnrr, si possa procedere nella stessa direzione». Una ripresa nel 2021 – dice la relazione – quindi non diffusa in modo omogeneo, con settori ancora indietro. Così come sul piano sociale, dove la crescita del mercato lavoro ha lasciato però ai margini giovani e donne. Obiettivo, come ha infine sottolineato la presidente Tesei, è recuperare ora quanto perso con la crisi pandemica ma anche il gap che si è venuto a creare nell’ultimo ventennio partendo da quanto già fatto: «Il 2021, così come il 2020, ha visto l’Umbria fare come e meglio della media nazionale su molti parametri, tutto frutto di risorse e di misure regionali nuove, di un paradigma e di una idea che ha messo al centro di una serie di azioni l’impresa, cosa che avrà rilevanza su molte altre questioni».

Great resignation Dallo studio emerge poi che i cambiamenti prodotti dalla pandemia non sono solo socio-culturali ma anche psicologici. La relazione, tra le altre questioni, mette infatti l’accento anche sulle dimissioni volontarie dal lavoro, la cosiddetta «Great resignation» come l’ha ribattezzata la stampa internazionale che da mesi sta affrontando l’argomento. Nel 2021 il fenomeno è in crescita in Umbria con numeri più evidenti che nel resto d’Italia: «Sono quasi 6 mila le persone interessate, il 77 per cento del dato totale delle cessazioni» hanno spiegato i ricercatori per poi aggiungere: «Cosa si nasconde dietro tutto questo, un fenomeno chiaramente non solo umbro, è presto per dirlo ma il periodo del covid ha fatto maturare atteggiamenti psicologici importanti. Sicuramente avranno fatto la loro parte gli strumenti di sostengo al reddito, oppure le dimissioni causate da abbandoni propriamente non volontari ma frutto di decisioni programmate e accelerate durante la pandemia».

Il mercato del futuro Per i ricercatori dell’Aur questo può essere anche un fenomeno «positivo», se si considerano le transazioni da un posto di lavoro a un altro, «ma solo in caso di un miglioramento». «Una cosa è chiara però – hanno precisato i due ricercatori – non avremo in futuro un mercato del lavoro immobile e stabile, ma uno più fluido e mobile». Continuando a ragionare sugli effetti della pandemia legati alla «psicologia collettiva», dalla relazione Aur emergono inoltre anche «segnali incoraggianti», come ha sottolineato il commissario straordinario Campi: «Il livello di benessere e il tasso di fiducia su un futuro incerto è sufficientemente alto e questo si spiega con la struttura sociale della regione, dove le relazioni amicali, parentali e sociali rappresentano una sorta di barriera protettiva, cosa che lascia ben sperare per il futuro. Una particolarità dell’Umbria che va salvaguardata e che può sostenere anche lo sviluppo virtuoso della dimensione economica».

Crescita e problemi Più in generale quello che si è appena chiuso è stato «un anno di crescita e di rinascita – ha detto Tesei – ma che vede all’orizzonte problematiche da esaminare e da contrastare al più presto, come il calo delle nascite, la fuga dei giovani, la non partecipazione femminile al mondo del lavoro e la povertà. Su queste tematiche i politici non si possono più permettere una visione a corto raggio». La ricetta socio-economica «non cambierà» ha spiegato Tesei: «Come abbiamo già messo in evidenza sul Def regionale (il Documento di economia e finanza, ndr), il lavoro sarà ancora al centro di tutto questo perché la regione deve ripartire dalle imprese, visto che sono queste a creare occupazione. La carenza di personale qualificato ci fa capire che molti giovani se ne sono andati dall’Umbria e per questo stiamo cercando di invertire la tendenza. Anche sul fronte dell’occupazione delle donne, si stanno creando le condizioni per far sì che queste, anche quindi per chi ha figli, possano lavorare con tranquillità».

NASCITE, IN UMBRIA DAL 2008 CROLLO DEL 42%

Culle vuote Sul tema della denatalità, al quale Umbria24 ha dedicato un approfondimento mercoledì, Tesei ha poi ricordato che «a partire dal 2008 l’Umbria ha perso numeri importanti». «Visto che in 11 anni questa problematica non è mai stata affrontata – ha aggiunto – oggi lo vogliamo fare anche perché il covid non ha certo aiutato ma anzi ha amplificato tutto». Le «leve» che saranno mosse dal governo regionale, ha infine spiegato Tesei, «saranno quelle del Pnnr, con l’Umbria che si è aggiudicata 1,5 miliardi di investimenti strategici, e della nuova programmazione comunitaria». «Ora – ha detto la presidente – dobbiamo dimostrare di saper programmare bene perché lo sforzo sarà quello di indirizzare queste risorse nel modo giusto per farle ricadere sulla comunità regionale».

Il futuro di Aur Quanto al futuro dell’Agenzia, Campi ha ricordato che è in corso una azione strategica per potenziare l’Aur che punta così a diventare «un centro di ricerca regionale in senso proprio, per interloquire con tutti i soggetti regionali e farli operare al meglio».

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