venerdì 23 agosto - Aggiornato alle 01:23

Danni da fauna selvatica, Cia: «Per mille richieste dopo due anni la miseria di 500 euro a testa»

La Confederazione italiana agricoltori denuncia l’insostenibilità della situazione: «Tanti nemmeno denunciano più. Aumentare gli abbattimenti di cinghiali»

Alcuni cinghiali in un bosco

Oltre 1.300 richieste di risarcimento per danni alle coltivazioni da fauna selvatica, di cui ammesse poco meno di mille ma a cui va una media di appena 508 euro a testa. «Una miseria», secondo la Confederazione italiana agricoltori dell’Umbria, che torna a denunciare il fenomeno con forza.

I numeri In totale, nel 2017 sono arrivate agli Ambiti territoriali di caccia 1, 2 e 3 dell’Umbria 1.321 richieste di indennizzo dagli agricoltori, così distribuite: 525 Atc1, 415 Atc e 381 Atc3, secondo i dati forniti dalla stessa Regione. Di queste, l’Atc 1 sostiene di averle ammesse tutte, mentre per quanto riguarda l’Atc 2 e l’Atc 3, sono state giudicate idonee al risarcimento e quindi liquidabili in base alla vigente normativa regionale, rispettivamente 277 (su 415) e 166 domande (su 381). In totale, a conti fatti, sono risultate idonee al risarcimento 968 richieste su 1.321, vale a dire solamente il 73%.

I soldi La spesa totale sostenuta in parte dalla Regione e, oltre un certo tetto, dagli stessi Atc secondo le norme regionali, è stata nel 2017 pari a 671.279,24 euro, così ripartita: 330.046,08 per le domande arrivate all’Atc1, 161.613,18 per l’Atc2 e 179.619,98 per l’Atc3. Basta fare un semplice calcolo – fa notare la Cia – per rendersi conto di quanto ogni agricoltore che ha visto andare in fumo il duro lavoro di un anno in pochi minuti percepisce come risarcimento: in media vengono versati appena 508 euro a domanda. «Una situazione ridicola e inaccettabile – attacca l’associazione -, che sta portando i nostri agricoltori all’esasperazione e, in alcuni casi, perfino alla rinuncia della propria attività (i dati del 2018 sulle richieste di indennizzo sono in calo), con l’amara considerazione che in molti casi conviene più fermarsi che investire e ritrovarsi dopo tanto lavoro con poche briciole».

Burocrazia e tempi biblici Come se questo non bastasse, l’iter burocratico per liquidare le pratiche è così farraginoso che si arriva a perdere perfino due anni di lavoro prima di ottenere il dovuto e ricominciare. Come confermato dall’Atc1, infatti, gli indennizzi del 2017 sono stati totalmente liquidati solamente a settembre 2018. Facendo un esempio concreto: ad ottobre 2016 un agricoltore prepara il suo terreno per le colture, sostenendo i costi per l’acquisto della semente, della manodopera e dell’attrezzatura necessaria. In primavera-estate 2017 i cinghiali invadono il terreno e spazzano via il raccolto; l’agricoltore inoltra subito la richiesta di indennizzo (pagando € 90 solo per inviare la domanda) . Successivamente la pratica viene accolta, dopo il sopralluogo dell’agronomo, e viene mesa in stand-by per la liquidazione che arriverà solamente entro settembre 2018 (come nel caso dell’Atc1 per le domande del 2017). Ecco che sono passati ben 2 anni per l’agricoltore. Due stagioni di mancato guadagno che un risarcimento medio di appena 500 euro non può certo ammortizzare.

Caccia a cinghiale tutto l’anno Nel 2018 i prelievi di contenimento per l’Atc1 sono stati 1.250. Troppo pochi – secondo la Cia – rispetto al numero di ungulati in continuo aumento. Come già ribadito più volte, il presidente regionale Bartolini esprime con forza la necessità di un nuovo approccio nella gestione del contenimento, con un piano di contenimento pluriennale, che superi l’attuale situazione che vede le stesse squadre di cacciatori impegnate durante la normale stagione venatoria e durante gli interventi di contenimento. «Appare evidente – afferma Bartolini – il conflitto di interessi della categoria. Non può più essere la stessa squadra di cacciatori della zona a gestire il contenimento. Dovremmo seguire le orme dell’Emilia Romagna che ha deciso di assumere nuove figure di ‘coadiutori abilitati’, vale a dire cacciatori, per far fronte all’emergenza danni causati dagli ungulati. Mentre in Toscana, dopo il parere favorevole dell’Ispra, si è deciso di aprire la caccia al cinghiale tutto l’anno in quelle aree non vocate in cui viene posto l’obiettivo di raggiungere e mantenere le popolazioni di cinghiale ad una densità tendente a zero, considerando l’elevata diffusione di coltivazioni agricole sensibili presenti».

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