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venerdì 23 ottobre - Aggiornato alle 13:48

Covid, si corre ai ripari all’ultimo momento. Sanitari: situazione ingestibile

Carenza kit rapidi. Ritardi su altre patologie gravi e interventi. Personale mancante e impianti inadeguati. Rincorsa

©Fabrizio Troccoli

di Maurizio Troccoli

Mentre il contagio covid accelera in maniera esponenziale, sulla risposta sanitaria la sensazione è quella di ‘correre ai ripari’ all’ultimo momento. Sensazione confermata da medici e infermieri dell’ospedale perugino e della Asl1. La denuncia è ‘l’assenza di programmazione’. Emiliano Mercantili, segretario amministrativo sindacato Nursind Perugia spiega: «Avremmo potuto pianificare sulla base dell’esperienza della prima ondata, tenendo conto anche delle indicazioni che venivano dal personale, e invece ci troviamo ora di nuovo a fronteggiare una situazione di emergenza, con le forze insufficienti. La risposta sanitaria, stando ai numeri del contagio, tenuto conto che ci troviamo ad ottobre, e che il punto di massima difficoltà sulle influenze è tra metà dicembre e fine febbraio, potrebbe non essere per tutti».

EMERGENZA: CHIUDERE SCUOLE E APRIRE INTENSIVE

Kit rapid test Intanto la notizia più recente è quella della carenza di kit rapidi. Quelli cioè che vengono eseguiti ai pazienti in ingresso all’ospedale e che danno risconto entro breve tempo. Dovessimo trovarci nell’impossibilità di compierli il paziente non può che entrare in ospedale come covid, almeno fino a quando non arriverà un risconto da altro test, che richiede tempo. Un simile approccio determinerebbe ingorghi e protocolli che devono essere attivati e che mettono sotto stress la struttura.

Reparti Covid – Intensiva e Chirurgia Le indicazioni che arrivano dall’ospedale di Perugia sono quelle di andare verso una progressiva riduzione degli interventi in chirurgia, come anche a Terni, e di trasformare ben tre reparti in Covid. Ovvero quello della Medicina generale, della Pneumologia e delle Malattie infettive. Si provi a considerare le conseguenze sulla disponibilità di posti letto per tutte le altre patologie. «Da qui in avanti – aggiunge Mercantili – immaginare un intervento per una valvola cardiaca diventa improbabile, come per altre patologie».

Tumori Ma ritardi gravi si registrano anche su patologie come i tumori. «Qui ci rimettiamo sul fronte della diagnostica – ci viene spiegato da personale medico- e dell’assistenza ai pazienti a casa. Purtroppo un monitoraggio non puntuale ha conseguenze drammatiche. Sull’assistenza domiciliare, ad esempio, si ritarda la sostituzione di sondini a pazienti, anche di 4 giorni».

Rianimatori insufficienti Tra le preoccupazioni più impellenti ci sono quelle relative ai medici rianimatori. «Viaggiamo al 50% di quelli che necessitiamo – ci viene detto – se teniamo conto dei turni e di eventuali defezioni, proprio per casi positivi di contagio, isolamenti e quant’altro». Avviene anche per gli infermieri: «Molti giovani infermieri umbri, stanno andando in Emilia Romagna e Toscana. Firmano contratti a tempo indeterminato. E’ una perdita importante per l’Umbria».

Respiratori e impianti Intanto se il commissario straordinario nazionale all’emergenza Arcuri sottolinea l’invio dei respiratori dappertutto, da Perugia, i camici bianchi rispondono: «E dove li allacciamo? Non è mica solo un problema di respiratori? Occorrono gli impianti. Ad esempio nella seconda terapia intensiva appena attivata, si arriva potenzialmente a 10 posti, considerando lo spazio comune da 4. Ma qui mancano gli impianti di pressione, ossigenazione e quant’altro. Sappiamo che per equipaggiarla sarebbero occorsi 800 mila euro. Per ora funzionano le camere singole, 4 posti letto in totale» (in questo secondo blocco ndr).

Mancanza di programmazione La questione ritorna a essere la solita: si corre ai ripari, pur sapendo del rischio della seconda ondata: «Le modalità di approccio per affrontarle non sembrano essere cambiate, anzi sono le stesse di marzo 2020», lo sostiene Marco Erozzardi, rappresentante regionale della sigla sindacale Nursind, che aggiunge: «Il personale assunto fino ad oggi non è sufficiente a garantire la riapertura dei reparti Covid e dei posti di Terapia intensiva necessari (che si stanno riaprendo in fretta e furia in tutta la regione), a garantire l’assistenza domiciliare necessaria e ad eseguire gli accertamenti diagnostici, ossia l’esecuzione dei tamponi». Sul fronte dei malati a casa dice: «L’assistenza domiciliare integrata viene costantemente depotenziata per far fronte, con le medesime risorse, all’esecuzione dei tamponi Covid 19. Le condizioni dei colleghi impiegati nei Pit stop – drive trought per l’esecuzione dei tamponi non sono adeguate, anche in considerazione dell’arrivo di condizioni meteo peggiori». E conclude: «Facciamo riferimento al ‘Piano Emergenza Umbria’, da circa 25 milioni di euro annunciato a luglio, con previsto il potenziamento della rete ospedaliera e delle Terapie intensive».

Positivi non monitorati Per quanto riguarda ancora la medicina di territorio: «Abbiamo un numero imprecisato e crescente di positivi che non vengono monitorati e a cui non arrivano segnalazioni da parte della Asl e che quindi non rientrano a lavoro. Avviene anche tra personale infermieristico o medico».

Microbiologia – stress e tamponi Sofferenze trasversali verrebbe da dire se si considera che ad esempio alla Microbiologia ovvero il motore dei tamponi, ci sono stati nuovi assunti e il risultato si vede, ma è indubbio che da qui si apprende come le apparecchiature non siano quelle in forza ad altri ospedali più performanti. Mentre il carico di lavoro si fa sempre più pressante. All’interno ci sono persino brandine. Sanitari che non tornerebbero sempre a casa.

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