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sabato 27 febbraio - Aggiornato alle 10:41

Covid, in Umbria anticorpi monoclonali da marzo. I dubbi su costi, efficacia e somministrazione

Ad annunciarlo, martedì in consiglio regionale, l’assessore alla Sanità Coletto. Cosa sono, come funzionano e i problemi che pongono

Un laboratorio

di Daniele Bovi

«Per metà marzo potremo avere nella disponibilità delle nostre farmacie gli anticorpi monoclonali». Ad annunciarlo, martedì in consiglio regionale, è stato l’assessore alla Sanità Luca Coletto intervenendo nella discussione che ha portato all’approvazione, all’unanimità, di una mozione della Lega che chiede alla giunta di «attivarsi presso il Governo per avere a disposizione, ai fini di un utilizzo immediato, anticorpi monoclonali per il trattamento del Covid 19». Coletto ha parlato di un «obiettivo importante e una ulteriore possibilità di cura. Un ulteriore vantaggio per la cura domiciliare, che potrebbe evitare di intasare le terapie intensive dando risposte a chi soffre già di alcune gravi patologie».

Cosa sono Di questo trattamento nel corso degli ultimi mesi si è molto discusso, spesso ingenerando false aspettative: gli anticorpi monoclonali non sono infatti la bacchetta magica contro il nuovo coronavirus e, al momento, i dubbi sono molti e i punti fermi pochi. Gli anticorpi monoclonali sono anticorpi sintetici, prodotti in laboratorio sulla base di quelli più efficaci sviluppati naturalmente dai pazienti già immunizzati. Prodotti da un solo tipo di cellula immunitaria (da qui il nome), hanno l’obiettivo di sviluppare quelli migliori per combattere la malattia. Dopo aver riconosciuto la proteina spike (la corona che si trova intorno al virus) si legano a essa impedendo al virus di entrare nelle cellule.

IL PARERE DELLA CTS DELL’AIFA

L’autorizzazione Dopo molte e diverse pressioni, a inizio febbraio la Commissione tecnico scientifica dell’Agenzia italiana del farmaco ha dato il via libera all’utilizzo in Italia degli anticorpi prodotti da Regeneron e da Eli Lilly, due case farmaceutiche americane. Fissando una serie di paletti precisi, l’Agenzia ha autorizzato l’uso di emergenza «a soggetti di età superiore ai 12 anni, non ospedalizzati e non in ossigeno terapia per Covid-19, con sintomi lievi o moderati insorti da non oltre dieci giorni, in presenza di almeno un fattore di rischio». Lo scopo, in questa fase delicata e «pur considerando l’immaturità dei dati e la conseguente incertezza rispetto all’entità del beneficio offerto», è quello di «offrire comunque un’opzione terapeutica in via straordinaria e in considerazione della situazione di emergenza».

L’Ema La procedura d’urgenza prevede «una rivalutazione continua» dei farmaci «sulla base delle nuove evidenze disponibili, dell’arrivo di nuovi anticorpi monoclonali o altri farmaci, e delle eventuali decisioni assunte in merito dall’Ema», l’Agenzia europea per i medicinali. Quest’ultima, al momento, non si è ancora espressa ma, stando a quanto emerso lunedì, il Comitato per i medicinali per uso umano (Chmp) dell’Ema, divulgherà questa settimana un parere scientifico sulla qualità dei dati disponibili circa l’uso degli anticorpi monoclonali casirivimab e imdevimab. Dall’inizio del mese la combinazione di questi due farmaci è sotto revisione in tempo reale da parte dell’Ema, e il parere potrà dare una mano ai paesi europei nel prendere una decisione sull’utilizzo.

I dubbi L’altro punto certo riguarda il costo, molto elevato date le modalità di produzione, di questi trattamenti, che si aggira intorno ai 1.600-2.000 mila dollari per fiala. Un’arma che, stando ai primi dati, si rivelerebbe dunque potente nella primissima fase dell’infezione, ma di non semplice somministrazione. Nel suo parere la commissione di Aifa ha infatti richiamato l’attenzione «sugli aspetti organizzativi legati al trattamento», e ha sottolineato in particolare che «l’infusione endovenosa dei farmaci deve essere effettuata in un tempo di 60 minuti (seguiti da altri 60 minuti di osservazione) in setting che consentano una pronta e appropriata gestione di eventuali reazioni avverse gravi. La scelta in merito alle modalità di prescrizione, come pure la definizione degli specifici aspetti organizzativi, potrà essere lasciata alle singole Regioni». Per far sì quindi che si rivelino, come sottolineato da Coletto, un vantaggio per la cura domiciliare, andrebbero somministrati nelle case dei pazienti, senza intasare ulteriormente gli ospedali. La palla ora, in attesa del parere dell’Ema, passa alle Regioni.

Twitter @DanieleBovi

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