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venerdì 12 agosto - Aggiornato alle 16:09

Bollette rifiuti, gestori umbri chiedono 30 milioni in più: «Tutelati solo gli utenti, Auri lacunosa e arbitraria»

Ecco i motivi del ricorso contro l’Autorità presentato da Gest, Gesenu, Trasimeno servizi ambientali, Sia ed Ecocave

Una spazzatrice di Gesenu

di Daniele Bovi

«Una vera e propria falcidia» quantificabile in circa 30 milioni di euro per il quadriennio che va dal 2022 al 2025. È questo il valore della partita che vede opposti da un lato i gestori del servizio rifiuti e dall’altro l’Auri, l’Autorità umbra per i rifiuti e l’idrico; i primi, come raccontato da Umbria24 nelle scorse ore, ritenendosi danneggiati in modo «evidente e ingiustificato» hanno deciso di trascinare davanti al Tar l’Autorità, chiedendo in primis la sospensione dell’efficacia della delibera del maggio scorso con cui Auri ha approvato i Piani economico-finanziari relativi al Sub ambito 2.

I GESTORI PORTANO L’AURI DAVANTI AL TAR

In ballo 30 milioni I Pef sono i documenti con cui vengono fissati i costi del servizio, poi pagati da famiglie e imprese con la Tari; nel caso in questione, che riguarda Comuni importanti come Assisi, Bastia, Corciano, l’area del Trasimeno, Perugia, Todi e molti altri, la differenza tra i Pef approvati a maggio dai sindaci riuniti in Auri e quanto chiesto dai gestori (Gest, Gesenu, Trasimeno servizi ambientali, Sia ed Ecocave) è enorme: 30 milioni di euro da qui al 2025. Una battaglia che quindi riguarda quanto gli utenti pagheranno nei prossimi anni per smaltire i rifiuti. Alla base di tutto c’è l’Arera, l’«Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente» che, a fine 2019, ha definito un nuovo – e complesso – metodo di definizione dei costi del servizio.

Il ricorso Nelle quasi 40 pagine di ricorso presentato dall’avvocato romano Pasquale Cristiano punta il dito in primis contro il fatto che, nonostante il termine per l’approvazione dei Pef fosse stato spostato al 30 giugno, l’Auri ha dato l’ok a metà maggio «senza garantire al gestore la necessaria e richiesta partecipazione al relativo procedimento». Nel ricorso si parla di «istruttoria molto lacunosa» e di «frettolosa validazione dei Pef» nel corso della quale non sono state analizzate con attenzione le diverse voci di costo. Tutti motivi per cui i provvedimenti impugnati vengono giudicati illegittimi. Illegittima viene quindi ritenuta anche la decurtazione dei costi che non hanno trovato copertura nei Pef.

Gli aumenti I gestori ritengono poi, in sintesi, che Auri abbia voluto tutelare solo gli utenti imponendo aumenti giudicati troppo contenuti: se i limiti alla crescita annuale della tariffa possono infatti oscillare tra l’1,2 e l’8,6 per cento, nei Comuni interessati si va dall’1,3 all’1,5 per cento. E questo, sottolinea l’avvocato parlando di contraddittorietà e irragionevolezza, in un momento caratterizzato da una «crescita evidente del tasso di inflazione e dei costi dell’energia, del carburante e delle materie prime». Il risultato è che «l’aumento certo dei nostri costi operativi non troverà copertura nelle entrate tariffarie degli anni successivi». «Ancora una volta è evidente l’uso distorto, arbitrario e contra legem – sottolinea il legale – degli istituti regolatori previsti dal metodo, a esclusivo danno del gestore, e in violazione del principio normativo del recupero integrale dei costi».

I parametri Altri motivi del ricorso riguardano quella che viene ritenuta un’errata applicazione di una serie di parametri tecnici (quelli che portano a riconoscere ai gestori una quota parte dei ricavi derivanti dalla vendita dei rifiuti recuperati o dal loro conferimento ai consorzi di filiera), che porterebbe a diversi milioni di euro di entrate in meno. Idem – per un totale di otto milioni – per quanto riguarda il mancato riconoscimento dei costi che i gestori devono sostenere per adeguare il servizio ai nuovi standard qualitativi imposti da Arera. A pronunciarsi ora dovrà essere il Tar.

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