giovedì 9 luglio - Aggiornato alle 19:30

Appalti pubblici, ecco perché dopo la pandemia bisogna eliminare le bizzarrie stile click day

La logica perversa dietro procedure apparentemente democratiche ispira il funzionamento di molti procedimenti amministrativi

Appalti pubblici

di Diego Zurli

Le singolari modalità di assegnazione delle risorse stanziate per sostenere il paese dopo la pandemia attraverso i cosiddetti “click-day”, hanno favorito la nascita di una nuova professione: il cliccatore. Trattasi per lo più di giovani, nativi digitali, reclutati per l’abilità di cui dispongono nell’inserire velocemente in un computer i dati di una pratica al fine di ottenere una specifica provvidenza la quale, essendo assegnata secondo un algoritmo che premia l’ordine cronologico di acquisizione della stessa al protocollo, richiede questa particolare attitudine per avere qualche possibilità di successo. Attorno a questa nuova figura professionale, affermatasi senza l’ausilio di navigator e assolutamente sconosciuta ai centri per l’impiego, sono nate anche società specializzate che mettono a disposizione potentissime apparecchiature informatiche a postazioni multiple per aumentare la probabilità di riuscita, offrono corsi di formazione per aspiranti cliccatori, piattaforme online per migliorarne le prestazioni nell’inserimento digitale di codici e di riconoscimento di “captcha” sviluppando simulatori e diavolerie varie.

I cliccatori I giovani smanettoni, una volta reclutati, come in uno spietato videogioco combattono contro altri colleghi all’interno della piattaforma per sbaragliare la concorrenza per mezzo della velocità acquisita nell’inserimento dei dati ma talvolta – incredibile a dirsi – anche contro cliccatori appartenenti alla propria compagine cui è stata assegnata la medesima pratica: poiché solo a quello che impiegherà meno tempo verrà riconosciuto un maggior compenso. Grandi enti pubblici nazionali adottano da tempo questo metodo a dir poco delirante (si era perfino pensato di utilizzarlo per assegnare il bonus dei 600 euro, poi per fortuna il buon senso ha prevalso) ma il primo a inaugurarlo fu il Governo Renzi con il programma dei cosiddetti mille campanili: sindaci “smart” di minuscoli comuni montani, trasformati in improbabili nerd alla disperata ricerca della postazione più veloce, si accorsero ben presto che, dopo alcuni secondi, i soldi erano già finiti sperimentando sulla propria pelle lo svantaggio di non disporre di reti digitali veloci.

Meno poteri di scelta Gli sparuti estimatori di tali procedure digitali evidenziano il vantaggio di disporre di un metodo molto democratico che si fonda su modalità e algoritmi che non lasciano spazio alla discrezionalità senza accorgersi che, al contrario, questo atroce meccanismo rappresenta il massimo della ingiustizia e della discriminazione anche per via del digital divide. I suoi detrattori, lo considerano invece il massimo della perversione burocratico-amministrativa che, nel nome dell’efficienza e dell’oggettività, è spesso in grado di produrre il massimo della disuguaglianza e della assenza di qualità nelle scelte. Ho voluto portare questo esempio che sembra uscito da un romanzo di William Gibson, perché la logica perversa che lo ha generato è all’incirca la stessa che ispira il funzionamento di molti procedimenti amministrativi tra i quali, purtroppo, quelli in materia di appalti pubblici. Ma che cosa accomuna le bizzarrie del “click day” con gli affidamenti in materia di lavori, servizi e forniture: la mortificazione quando non anche l’eliminazione di ogni margine di discrezionalità consentita alle stazioni appaltanti. In altri termini, nel nome della trasparenza e della concorrenza, si sceglie di esasperare e moltiplicare i gravami procedimentali, aumentando vincoli e oneri amministrativi, pur di ridurre il potere di scelta della stazione appaltante; sorvolando sul fatto che l’esercizio responsabile e misurato della discrezionalità rappresenta l’essenza stessa del buon governo e dell’operato della pubblica amministrazione.

Limitare la partecipazione Si tratta di modalità che, solo in apparenza, garantiscono la massima trasparenza e la concorrenza, ma che hanno il vantaggio di mettere al riparo la politica dalla critica di parzialità e l’amministrazione e i suoi addetti da ogni assunzione di responsabilità nell’esercizio delle rispettive funzioni. La scelta di una ditta, di un professionista, di un fornitore e così via, viene spesso affidata ad procedimenti digitali dove convivono fattori “random” come i sorteggi, unitamente a criteri apparentemente oggettivi come curriculum, volumi d’affari, e requisiti vari i quali, concepiti in origine per garantire la massima concorrenza, alla prova dei fatti producono l’effetto diametralmente opposto: quello di limitare la partecipazione alle gare a favore di pochi soggetti eletti, i soli che hanno qualche chance di successo restringendo il mercato invece di allargarlo. Si pensi al funzionamento di istituti come Consip o al Mepa, solo per fare qualche esempio illuminante: esattamente l’opposto di quanto richiesto dai principi del diritto dell’Unione Europea di cui la norma nazionale costituisce emanazione.

Gli appalti In questi giorni si discute di come riscrivere il codice dei contratti pubblici per agevolare la ripartenza del paese dopo la pandemia. Le posizioni estreme sono note: da una parte il cosiddetto “Modello Genova”, ovvero tana libera a tutti; dall’altra va tutto bene, non si cambia nulla (o quasi) nel nome della concorrenza e della legalità. Presto capiremo cosa ci aspetta sperando che venga trovato un ragionevole punto di equilibrio tra esigenze solo all’apparenza contrapposte. Ma se, tuttavia, non si ristabilisce il principio elementare che l’interesse primario della collettività è innanzitutto quello di utilizzare nel modo più efficiente le risorse pubbliche e che tutto il resto viene dopo – perché non si dovrebbe subordinare a un fittizio principio di legalità né a una improbabile tutela della concorrenza l’esigenza, suprema e imprescindibile, di spendere bene e rapidamente le provvidenze al fine di disporre delle opere o dei servizi di cui abbiamo bisogno – il rischio è quello di fare un ennesimo buco nell’acqua. In trepidante attesa di conoscere i futuri sviluppi di una partita molto delicata che non mancheremo di commentare, consoliamoci con i nostri ragazzi per la loro sorprendente capacità di adattamento a un mercato del lavoro sempre più bizzarro e irrispettoso delle qualità di un capitale umano che la società non riesce a impiegare in modo adeguato.

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