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mercoledì 7 dicembre - Aggiornato alle 18:03

Alluvione, volontari umbri spalano fango intorno a Senigallia: «Paesi di campagna senza aiuti»

Umbria24 racconta lo sforzo di Perugia solidale e altri gruppi: «Da una cantina palate di melma e lenticchie bio ormai da buttare»

© Emanuela Bianconi

di Letizia Biscarini

Sono le otto di mattina di domenica 18 settembre, 12 volontari di Perugia solidale partono dal capoluogo umbro con un furgone e tre auto private. Sono diretti nelle campagne marchigiane, nel comune di Barbara, appena fuori Senigallia, dove i fiumi Nevola e Misa hanno devastato interi paesi, sommergendoli con fango e detriti. Hanno risposto alla chiamata di Soccorso autogestito, gruppo di volontari dello spazio autogestito Arvoltura di Senigallia. Sono loro a occuparsi della logistica e a coordinare i privati arrivati da tutto il Centro Italia che vogliono dare una mano. Sul posto, ci sono anche le Brigate di solidarietà attiva, gruppo nato dopo il terremoto dell’Aquila.

FOTO: GLI UMBRI SPALANO NELLE CAMPAGNE DIMENTICATE

Rispondere alle chiamate L’appuntamento è alle 10 davanti allo spazio Arvoltura. Sono i volontari a rispondere alle chiamate dei cittadini che chiedono aiuto per liberare le proprie abitazioni dal fango, dalle macerie trasportate dal fiume, dai rami e dagli alberi caduti. E sono sempre loro a coordinare gli interventi. Distribuiscono pale, tirafango, stivali di gomma, attrezzature di vario genere e si parte: si va a spalare fango dalle strade e dalle case. Si va a liberare l’accesso di edifici inagibili. I residenti raccontano che la gente chiama la Protezione civile, le istituzioni, ma non ottengono risposte. E così, sono i volontari a farsi carico del lavoro. «Solo quel giorno sono passate 200 persone – dice Jacopo Paffarini di Perugia solidale – Senigallia è stata bene o male ripulita dal fango, ma i paesini intorno, fuori dalla città, non sono stati toccati. Le persone fanno da sé, chi ha le disponibilità economiche chiama una ditta, chi non ce l’ha si arrangia e allora arriviamo noi».

VIDEO: «QUI DA ME SOLO GLI ULTRÀ DEL GUBBIO»

Scenari di devastazione La prima sfida per i volontari è ovviamente il fango: vanno riaperte le vie d’accesso alle case per poter tirare fuori mobili, vestiti, oggetti personali, tutto coperto di melma. Ma non è così semplice: «Abbiamo visto cancelli divelti trasportati per km dal fiume – continua Paffarini – dove siamo intervenuti noi non c’era nessuno. Niente Protezione civile, niente pompieri, niente forze dell’ordine, abbiamo visto solo i carabinieri subacquei che cercavano i corpi delle vittime. Eravamo solo noi». In una delle case in cui i volontari di Perugia solidale sono intervenuti c’è stato anche un lutto: l’anziana madre della proprietaria è rimasta intrappolata in casa durante l’alluvione e non è sopravvissuta. «Uno scenario devastante. Un fiume di fango che in pochi minuti ha invaso tutto e poi si è ritirato completamente portando via ogni cosa» dice Paffarini.

L’inattività dei poteri pubblici Mentre si lavora, una cosa è chiara: la rabbia e frustrazione dei cittadini che si sentono lasciati soli. «I soccorsi sono stati resi difficili dalla pioggia, chiaro, ma le persone sono state lasciate sole» aggiunge ancora Paffarini. Non è solo lui a sottolineare la mancanza delle istituzioni nelle zone rurali, ma anche i volontari dello spazio Arvoltura che sui social media continuano ad aggiornare sulla situazione e a puntare il dito contro l’amministrazione. «Non è un caso che molta gente non sappia cosa votare, non è un caso il distacco tra le istituzioni e i cittadini – continua Paffarini – le persone vedono l’inattività dei poteri pubblici, queste brigate autogestite sono nate proprio per sopperire a queste mancanze, per far fronte ai problemi nell’immediato e non lasciare sole le persone». Al momento, ci sono due inchieste aperte per far luce sull’accaduto, ma ciò che interessa ai cittadini alluvionati, dicono i volontari, è di rimettersi in piedi e l’assenza di chi dovrebbe prevenire queste situazioni è snervante.

Palate di fango e lenticchie L’impressione dei volontari è quindi che si sia dimenticata la zona non urbana. Fuori dalle città, gli interventi coordinati dalle istituzioni si contano sulle dita di una mano. «C’è stata una scelta selettiva di ripulire la città, come se la campagna non esistesse, come se non venisse da qui il cibo che si mangia in città» sottolinea Paffarini. In uno degli interventi, racconta ancora, i volontari di Perugia solidale hanno liberato una cantina tirando fuori «palate di fango e lenticchie». La rimessa appartiene a un produttore di legumi biologici. Il campo è completamente allagato, la rimessa invasa dal fango, il raccolto da buttare «perché con il passaggio del fiume, tutto ciò che c’era nei terreni attorno si è riversato nel suo e non può più essere considerato biologico. Veleni, pesticidi, erbicidi che lui non usa. C’è un problema di contaminazione, non solo sul raccolto, ma anche sul campo stesso ora. Non è solo fango che se ne andrà, ma vite distrutte» dice Paffarini. Le giornate dei volontari si concludono con un momento conviviale per rifocillarsi e un’assemblea per organizzare il lavoro del giorno dopo, reso ancora più complicato dall’ondata di maltempo che continua a rendere difficoltosi gli interventi. «Noi non ci fermiamo, torneremo qui anche nei prossimi giorni per dare una mano, la presenza umbra è massiccia e il lavoro dei volontari in queste zone è fondamentale» conclude Paffarini.

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