Currently set to Index
Currently set to Follow
martedì 24 novembre - Aggiornato alle 17:11

Agroalimentare, con l’Umbria in ‘zona arancione’ la filiera chiede maggiori attenzioni e sostegni

Confagricoltura, Coldiretti e Cia, dopo i nuovi provvedimenti che bloccano l’Horeca, lanciano l’allarme: effetti negativi su olio, vino e carni con fatturati in calo

Agroalimentare umbro in difficoltà con la chiusura dei ristoranti

di D.N.

Con l’Umbria passata in “zona arancione”, quella a rischio medio-alto per l’emergenza sanitaria, la filiera dell’agroalimentare regionale deve essere attenzionata dalle istituzioni. È la richiesta che arriva con un coro a più voci dalle associazioni umbre di riferimento del settore: Confagricoltura, Coldiretti e Cia chiedono interventi per far sì che gli effetti negativi sul comparto agricolo, in base alle nove misure anti Covid-19, siano meno impattanti possibile. I provvedimenti presi, in vigore fino al 3 dicembre, per contrastare la seconda ondata di contagi da Covid-19 incidono soprattutto sulla ordinaria commercializzazione dei prodotti destinati all’alimentazione a causa del taglio delle forniture di alimenti e bevande. È necessario quindi, secondo il mondo dell’agroalimentare, valutare le inevitabili conseguenze economiche che si abbatteranno sul comparto a seguito della chiusura, in particolare, dei bar e delle attività legate al canale Ho.Re.Ca. che al momento hanno solo la possibilità di continuare con l’asporto o le consegne a domicilio.

Confagricoltura Fabio Rossi, presidente regionale di Confagricoltura Umbria, rilancia in chiave territoriale quanto richiesto dal presidente nazionale Massimiliano Giansanti che con una lettera inviata al commissario UE all’agricoltura e sviluppo rurale, Janusz Wojciechowski, sollecita ulteriori risorse finanziarie oltre che un significativo aumento dei massimali per la concessione degli aiuti pubblici nell’ambito del regime straordinario varato dalla Commissione. L’auspicio quindi, per Rossi, è che anche a livello regionale ci sia massima attenzione, in questa nuova e difficile fase: “La durata e l’intensità della crisi deve portare tutti ad approfondire l’esame sulle prospettive dei mercati agricoli, con l’obiettivo di salvaguardare la stabilità e l’efficienza anche delle imprese della nostra regione”. L’impatto dei nuovi provvedimenti infatti sarà rilevante, considerato che i consumi alimentari extradomestici a livello nazionale – rileva Confagricoltura – ammontano a circa 80 miliardi di euro l’anno, con un’incidenza del 30% sul totale. Già quest’estate, alla ripresa dell’attività dopo la “fase due”, Ismea stimava una contrazione del fatturato di circa 34 miliardi. Secondo l’associazione servirà un ammontare di risorse superiore a quello stanziato (circa 80 milioni di euro) per contenere l’impatto della prima ondata della pandemia, perché è necessario limitare le difficoltà a carico della prima filiera produttiva italiana, quella agroalimentare, che esprime un fatturato complessivo annuale che sfiora i 540 miliardi di euro. Questa complessa situazione, per Confagricoltura, richiede di intervenire adeguatamente per compensare le mancate vendite da parte dei produttori dell’agroalimentare agli operatori della filiera della ristorazione. Anche per gli agriturismi la situazione non è certo migliore: Confagricoltura registra infatti una perdita complessiva di fatturato pari al 70% in meno con migliaia di lavoratori a casa.

Coldiretti Anche Coldiretti Umbria evidenzia la necessità di adeguati ristori per le imprese colpite e ricorda come da quando è iniziata la pandemia il 57% delle aziende agricole nazionali abbia registrato una diminuzione dell’attività. Gli effetti della chiusura delle attività di ristorazione – sostiene Coldiretti – si fanno sentire a cascata sull’intera filiera agroalimentare con disdette di ordini per le forniture di molti prodotti agroalimentari, dal vino all’olio, dalla carne al pesce, dalla frutta alla verdura ma anche su salumi, latte e formaggi che trovano nel consumo fuori casa un importante mercato di sbocco. In zona arancione sono sospese tutte le attività di ristorazione e, quindi, anche la somministrazione di pasti e bevande da parte degli agriturismi. È consentita – precisa Coldiretti – solo la consegna a domicilio, nonché fino alle ore 22 la ristorazione con asporto, con divieto di consumazione sul posto o nelle vicinanze dei locali. Proprio con l’aggravarsi della situazione e le restrizioni imposte, la rete Coldiretti delle aziende agricole umbre che fanno perno sul km zero si sta rimettendo in moto a tempo pieno, con le consegne di prodotti agricoli a domicilio e pasti da asporto. “Le limitazioni alle attività di impresa, su cui inciderà anche la riduzione della mobilità – afferma Albano Agabiti presidente Coldiretti Umbria – devono prevedere un adeguato e immediato sostegno economico lungo tutta la filiera per salvare l’economia e l’occupazione e dare liquidità ad aziende che devono sopravvivere all’emergenza”.

Cia “Il mondo agricolo non urla, ma lotta per sopravvivere alla seconda ondata di Covid” affermano i vertici della Cia. Con l’Umbria color arancione e lo spettro di un nuovo lockdown, l’intero comparto produttivo rischia il collasso con fatturati che crollano dal 40 al 60% in diversi comparti. Anche Cia Umbria lancia quindi l’allarme dopo un’analisi di alcuni strategici settori, sull’anno nero dell’emergenza sanitaria. Olio, vino, carni: “Comparti ricaduti in grande sofferenza nelle ultime settimane, e per i quali non si intravede ad oggi alcun sostegno economico né dal governo, né dalla giunta regionale”. Sarà un Natale del tutto nero quindi? Cia Umbria chiama all’appello gli umbri per sostenere le produzioni agricole in questi momento di nuova contrazione economica. “Le misure restrittive previste per il canale Horeca (bar, ristoranti), valgono una perdita di quasi 41 miliardi di euro per il settore alimentare italiano, – dichiara Matteo Bartolini, presidente Cia Umbria -. Ecco perché Cia-Agricoltori Italiani chiede ai consumatori, così come alla Grande Distribuzione Organizzata, di sostenere concretamente i produttori umbri, acquistando frutta, verdura, latte, formaggi, carne, vino, ma anche fiori e piante, dalle nostre aziende agricole”.

Vino Secondo alcuni dati della FIPE, Federazione Italiana Pubblici Esercizi, gli alimenti che compongono prevalentemente la cena anche degli umbri fuori casa includono notevoli quantità di prodotti ortofrutticoli, della panetteria, olio di oliva ed uova mentre il vino è presente nella metà dei casi in cui si cena fuori casa e consuma in bar, enoteche ed altri pubblici esercizi che sono costretti ad interrompere in anticipo la somministrazione con gravi conseguenze sul proprio giro di affari.
Per il comparto vino Il provvedimento “riduzione rese” uscito alla vigilia della vendemmie, come spiega il presidente della sezione vino di Confagricoltura Umbria Niccolò Barberani, ha dato risultati davvero poco incoraggianti: “Sono avanzati infatti circa 51,9 milioni di euro. Tale avanzo è dovuto alla evidente inadeguatezza della forma e dell’attuazione del provvedimento. I fondi non utilizzati verranno ridistribuiti per aiuti anche in altri ambiti al di fuori dell’agricoltura, davvero un grande spreco di risorse importanti. Riteniamo che sia una sconfitta per tutto il settore vino italiano”. Barberani ricorda poi che è in fase di formulazione un nuovo DM in merito agli aiuti sullo stoccaggio dei vini nelle aziende. “Riteniamo possa essere – afferma – una favorevole misura di sostegno alla luce di questa seconda chiusura che porterà un nuovo aumento delle giacenze di vino nelle nostre cantine, ma la lettura delle bozze ministeriali ha evidenziato delle caratteristiche molto negative: somme irrisorie di sostegno; modalità di presentazione domande a tempo che non vanno a privilegiare i meriti delle aziende; vincoli complessi e di difficile attuazione; un chiaro indirizzo a privilegiare aziende di grandi dimensioni, sottolineando che si dà più valore alla quantità che alla qualità dei nostri prodotti”. Confagricoltura Umbria ritiene quindi che queste misure di sostegno siano di scarsa utilità per le imprese umbre. “Chiediamo pertanto alla Regione di essere protagonista nel rilancio della vitivinicoltura umbra, con sostegni mirati e concreti ai nostri viticoltori in un momento così delicato e difficile” conclude Barberani.
Un brusco segno meno anche per il comparto vino, denuncia anche Cia. “Nel 2020 abbiamo registrato -63% di fatturato, – racconta Valentino Valentini dell’Az. Agricola Bocale, viticoltore di Montefalco – Considerando che siamo un’azienda che non vende alla Gdo, e abbiamo un mercato 70% estero e 30% italiano. Lo scorso anno chiudevamo l’anno a +30%, ma adesso con il blocco del Nord Europa, Stati Uniti e Cina, i risultati sono preoccupanti. Questa seconda ondata di Covid arriva, inoltre, in autunno, che è il momento più importante per un’azienda vitivinicola. Abbiamo avuto una bolla d’ossigeno in estate, ma ora questa chiusura ci riporta in crisi. Non siamo contrari alle misure per arginare il contagio, ma dobbiamo trovare soluzioni per non morire d’economia. Comprendiamo – conclude l’imprenditore agricolo – l’emotività nei confronti di settori più evidenti, come la ristorazione, ma dietro a questo c’è anche allevamento, ortofrutta, viticoltura, olivicoltura, tutto il sistema dell’approvvigionamento della ristorazione stessa, che non si può fermare. Non possiamo mettere in cassa integrazione le viti! Gli aiuti iniziali sotto l’aspetto contributivo e sulla liquidità rischiano di non essere più sufficienti, tenendo conto, inoltre, che tutti i settori hanno avuto oltre al sostegno nazionale, ulteriori 25mila euro con il ‘bando restart’ dalla Regione Umbria: bando dal quale è stato escluso il mondo agricolo, che non ha beneficiato di un centesimo in più”.

Olio Per il settore dell’olivicoltura il periodo del primo lockdown di marzo-maggio ha coinciso con la stagione già in fase avanzata, mentre ora invece, anche se in presenza di un parziale lockdown, l’olio è all’inizio della sua stagione e il contraccolpo sarà più forte. A sottolinearlo è il presidente della sezione olivicola di Confagricoltura Umbria Marco Viola: “In Umbria la materia prima quest’anno è di grande qualità anche se la resa è poca. Dal punto di vista della produzione quindi tutto va bene ma i problemi arrivano specialmente per il settore dell’Horeca. Quindi c’è preoccupazione per come risponderà il mercato, con alcune variabili “positive” come l’E-commerce, la Gdo e i privati che possono sopperire la parziale chiusura di ristoranti e altre attività del comparto. Un mercato alternativo che però non copre del tutto la perdita e quindi si auspicano ‘ristori’ che possano venire in aiuto almeno in parte”.
Lo stock di olio extravergine d’oliva italiano è salito rispetto al 2019 segnando +85,9% (Fonte report Frantoio Italia ICQRF del 4/11). In totale sono oltre 155mila le tonnellate di extravergine stoccato oggi nei frantoi italiani, di cui ben 12.885 in Umbria, che supera così la Calabria, il Lazio e la Sicilia. Il dato – spiega Cia Umbria – deve essere letto soprattutto tenendo conto dei grandi confezionatori e non in riferimento ai piccoli produttori di olio 100% umbro, i quali però affrontano nuove e pesanti criticità. “Ad oggi il nuovo blocco causato dalla seconda ondata di Covid provoca grande difficoltà nelle vendite – racconta un produttore Cia della zona di Montefalco – Il blocco degli spostamenti da un Comune all’altro ha frenato gli ordini. Nel frattempo, aspettando di capire quando potranno venire a ritirarlo, i clienti comprano l’olio in offerta alla Gdo per il fabbisogno familiare quotidiano. Esempio è quello di un gruppo di acquisto del Veneto che ogni anno acquistava da noi circa 130 litri di olio, che poi spedivo, e che quest’anno non compreranno affatto. Bloccate anche le spedizioni in Germania, dove spedivo con regolarità ogni anno il nostro olio. A questo si aggiunge lo stop del canale Horeca, che segna per i produttori che avevano accordi con i ristoranti dell’Umbria un -40%. È una grave perdita che non verrà recuperata, almeno per quest’anno. Per quanto possibile – continua il produttore – cerchiamo di organizzarci per consegnare a domicilio, ma non sempre ci riusciamo, perché il personale è ridotto e viene impiegato sul campo”.

Carni Luci e ombre nel 2020 anche per il settore zootecnico e il consumo di carni. “Normalmente, novembre è un mese di forti acquisti. Oggi, invece, il venduto è a -40% rispetto al 2019”. Così Mirko Biocchetti, allevatore di bovini e membro di giunta Cia Umbria, che imputa il calo alla chiusura dei ristoranti, ma anche di alcune mense scolastiche e aziendali, private e pubbliche. “Nessuno si azzarda a ordinare grandi quantità, i grossisti e i macellatori acquistano solo qualche capo, per non rischiare di avere sul groppone carne invenduta. È una catena al ribasso dovuta all’incertezza. Difficile, inoltre, pensare alle consegne a domicilio per le carni, perché occorre, per legge, un automezzo dotato di cella frigorifera: un investimento troppo alto che non verrebbe ammortizzato. Nel frattempo, continuiamo a sostenere i costi per allevare gli animali”, conclude Biocchetti. La nota positiva la suona Lucio Tabarrini, presidente Federcarni Umbria e gastronomo, che parla di una svolta culturale nei consumi. “Si è alzata molto l’asticella della qualità sulle carni che i clienti, sempre più giovani, richiedono al banco; è salito lo scontrino medio e si fa scorta per preparare i grandi piatti di carne a casa, riscoprendo anche le cotture lente in tempo di smart working. Ci siamo riappropriati della cura del cibo, dello stare insieme in famiglia a tavola. Da ogni male, anche in questa pandemia, può nascere qualcosa di buono”.

I commenti sono chiusi.