lunedì 6 aprile - Aggiornato alle 14:05

Adolescenti umbri e web, violenza verbale ed esclusione i fenomeni più frequenti. Manca la mediazione dei genitori

Ricerca dell’Università: intervistati 900 ragazzi tra i 15 e i 20 anni. La difficoltà nella gestione delle emozioni

Una persona mentre lavora con il suo computer

di Daniele Bovi

Quasi un adolescente su due ha mandato messaggi offensivi su WhatsApp, circa 4 su 10 hanno escluso delle persone dai gruppi e il 28 percento si è visto chiedere foto nude di sé. Sono la violenza verbale e l’esclusione i due fenomeni più frequenti messi in evidenza dalla ricerca – presentata questa mattina a Palazzo Cesaroni dal Corecom Umbria – realizzata dalla docente di Psicologia dell’Università di Perugia Maria Giuseppina Pacilli allo scopo di capire come gli adolescenti della regione usano il web. Complessivamente sono stati intervistati 901 ragazzi tra i 15 e i 20 anni delle due province per analizzare abitudini, atteggiamenti, opinioni ed esperienze di cyberbullismo (contro il quale settimane fa il consiglio regionale ha approvato una legge), che la ricerca classifica in soft e hard: nel primo caso si fa riferimento più che altro all’esclusione, mentre nel secondo ad esempio alle minacce e alle intimidazioni; in ogni caso, però, si ritiene che una cospicua parte del fenomeno non sia denunciata o raccontata.

L’ESPERTO: «ALCOL, SI INIZIA A 11 ANNI»

I numeri Proprio l’esclusione – particolarmente dolorosa in età adolescenziale come sottolineato dai presenti – è il fenomeno più frequente (37 per cento dichiara di averlo fatto almeno una o due volte al mese), in un quadro dove il 91 percento dichiara di aver assistito almeno una volta negli ultimi due mesi a episodi di cyberbullismo. Il 30 per cento invece spiega di aver mandato messaggi offensivi o cattivi su gruppi WhatsApp, il 45 in conversazioni private e il 20 sempre in conversazioni private ma su altri canali social. Le minacce costituiscono invece l’episodio meno diffuso: il 9 percento dice di averlo fatto pubblicamente sui social, il 12 privatamente e il 16 attraverso l’app di messaggistica, che rappresenta nel 27 percento dei casi lo strumento attraverso cui sono state subite azioni ostili e aggressive. Allargando invece lo sguardo alla totalità dei social network, il 22 per cento degli intervistati sostiene si aver ricevuto insulti o commenti negativi per l’aspetto fisico o il modo di vestire, il 13 per cento per la religione e una percentuale simile per l’orientamento sessuale.

La prima volta a nove anni Ma come accedono a Internet gli intervistati? Rispetto ad alcuni anni fa è ovviamente esplosa la percentuale di coloro che lo fanno sempre attraverso uno smartphone (78 percento), mentre solo il 5,5 dal computer, modalità che rappresentava «una maniera più condivisa rispetto a quanto avviene oggi». I bambini secondo la ricerca accedono a Internet insieme ai genitori a nove anni e mezzo e da soli a 11, mentre intorno ai 12 arriva il primo telefonino. Sostanzialmente tutti gli intervistati hanno almeno un profilo su un social, con Facebook (87 percento) e Instagram (85 percento) in vetta alle preferenze. Difficile quantificare il tempo speso sui social: il 28 percento sostiene di passarci dalle 3 alle 5 ore al giorno, mentre il 24.6% ci passa così tanto tempo da non saperlo quantificare. Tutti poi usano WhatsApp, e quasi la metà per così tanto tempo da non saper dire quanto.

Genitori e «nativi digitali» La ricerca ha anche il merito di sottolineare uno dei più nocivi e duraturi luoghi comuni in circolazione, ovvero il fatto di chiamare gli adolescenti «nativi digitali»: come i più accorti hanno capito da tempo, ai ragazzi mancano le competenze digitali su molti fronti, compreso quello che riguarda il cyberbullismo; troppo spesso si confonde la dimestichezza nel maneggiare smartphone o tablet con il possedere adeguate competenze e con la conoscenza dei meccanismi che regolano aspetti vitali del mondo digitale. Lo studio evidenzia anche un’altra grave mancanza, quella dei genitori che non riescono a mediare tra i loro figli e la Rete: solo il 37 percento dei ragazzi parla con papà e mamma di quello che fa su Internet, mentre il 56 per cento non lo fa mai e l’83 percento di fronte a qualcosa che crea fastidio online non si fa aiutare. «I ragazzi – ha sottolineato l’ispettore della polizia postale Mirko Gregori – sono un po’ abbandonati dagli adulti, che non si occupano di questi problemi perché non conoscono gli strumenti».

Le emozioni Altro dato rilevante emerso durante la mattinata, quello della difficoltà di gestire ed esternare le emozioni senza l’utilizzo della tecnologia: «Magari – ha osservato Gregori – dicono “ti voglio bene” con un’emoticon, ma si imbarazzano a farlo di persona o non ci riescono». E a cambiare «per il grande utilizzo delle tecnologie è anche la percezione stessa delle emozioni». Alla tavola rotonda che è seguita all’illustrazione della relazione hanno partecipato rappresentati delle Prefetture di Perugia e Terni, dell’Ufficio scolastico regionale, l’onorevole Elena Ferrara, Mario Morcellini, Commissario dell’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni, Maria Rita Bracchini, vicepresidente di European antibullying network (Ean)-Fondazione Centro Studi Villa Montesca e il professor Rolando Marini, sociologo della comunicazione dell’Università per Stranieri di Perugia.

Gli interventi Loretta Rapporti dell’Ufficio scolastico ha sostenuto la necessità di un’educazione dei genitori all’uso dei social: «I ragazzi – ha detto – rischiano di perdere le relazioni vere, il contatto con lo sguardo». «Con le tecnologie – ha aggiunto Bracchini – le emozioni non sono provate ma rappresentate. I nostri ragazzi non riescono più ad arrossire perché non provano emozioni fondate sull’immediatezza». Marini invece si è concentrato sulle «criticità del rapporto delle società contemporanee con le tecnologie e sulle diseguaglianze nel saperle governare; dobbiamo costruire competenze, consapevolezza e capacità di intervento». Per Morcellini invece «la comunicazione è la prima nemica della socializzazione. Serve un’etica contemporanea, ripartendo dalla scuola per restaurare il processo formativo. E soprattutto serve reinvestire sulle figure di mediazione».

Twitter @DanieleBovi

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