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domenica 17 ottobre - Aggiornato alle 23:38

Adolescenti suicidi, perché morire a 17 anni: quei corpi freddi interrogano tutti noi

Dopo i due episodi ravvicinati dal ponte di Spoleto: «Forse abbiamo paura come educatori e genitori a confrontarci con i loro occhi pieni di rabbia o silenzio o vuoto»

di Gianfranco Salierno, Paola Bianchini*

La gioventù è quella condizione in cui non si ha paura, si possono coltivare milioni di paure, ansie, angosce profonde, ma non si teme per la propria vita, non si ha la percezione che coltivando la disperazione ci si possa perdere. C’è come un’eccedenza, un tempo infinito davanti, per cui ci si permette il più sfacciato dei lussi, quello di essere infelici. Si può morire per eccesso di vita, per reclamarla e cancellarla con un gesto di stizza, coltivando dentro di sé la percezione che non sia finita veramente. Ci sono molti modi di morire, si può morire di noia, di solitudine, di amore, di disperazione, si può morire rimanendone in vita, semplicemente perdendone il senso.

La morte di un ragazzo è una questione sociale, ancor prima di essere un lutto gravissimo delle persone, delle famiglie che lo vivono come se avessero fallito personalmente, come se qualcosa o qualcuno, magicamente si fosse introdotto nei loro affetti, nei loro progetti e li avesse dirottati, deviati verso il male. Per questo, ogni qualvolta, le cronache ci raccontano dei nostri ragazzi morti, nelle strade, giù dai ponti, nei vicoli delle nostre città o sui lastricati ben ordinati delle nostre piazze, che si sforzano di trasmettere un ordine esteriore senza che ci sia un vero legame interiore a tenerle insieme, riceviamo un colpo, uno schiaffo in faccia.

Sono i nostri figli che stanno morendo, molti, troppi, perché una società possa ancora riconoscersi come comunità umana; prima di essere un problema o un’emergenza medica o sanitaria, è un appello etico quello che si evidenzia. Tutti siamo responsabili di tutto, nessuno può sentirsi esentato dal rispondere. Come ricorda Bernanos: quando lo spirito dei giovani si raffredda tutta l’umanità batte i denti. Ora il problema è se siamo ancora capaci di sentire questo freddo, se siamo ancora capaci di parole forti, vere ed autentiche, in grado di strappare dalla solitudine, dall’insensato e dall’indifferenza quei giovani corpi, che ci stanno interrogando.

Non possiamo parlare di condizione giovanile senza esserci posti la domanda su cosa significhi essere giovani oggi. Sembra che la condizione giovanile divenga oggetto di attenzione solamente nel momento in cui accade una rottura o sul piano patologico o sociale: ci si interroga nel momento in cui muoiono, uccidono, si drogano. Un’interrogazione sempre estranea, lontana dalle loro vite, uno sguardo da entomologo che osserva forme di vita lontane da se. Sarebbe bello pensarli in un mondo condiviso, fatto di parole comuni, sogni e paure; i giovani siamo noi, sono quello che siamo stati e soprattutto sono il riflesso di dove abbiamo abdicato, laddove abbiamo indietreggiato, loro, sono lì, ad indicarcelo come un rimprovero od un rimpianto. Le tante campagne di prevenzione al disagio giovanile: dalla droga, al suicidio, ai disturbi alimentari, falliscono il loro scopo nel momento in cui diventano informazione di esperti e non dialogo, confronto sugli ideali da condividere, sulla strada da percorrere, sul linguaggio da adottare. La differenza tra la qualità della vita di una persona e un’altra è rappresentata dalla qualità delle domande che la abitano. Ma forse abbiamo paura, come singoli, come esperti, come educatori e genitori a confrontarci con i loro mozziconi di sigarette spenti dentro le tasche, con i loro occhi pieni di rabbia o silenzio o vuoto, abbiamo il terrore di scoprire il deserto che abita in noi, nelle nostre case pulite, nei nostri viaggi ordinati, nel nostro corpo controllato. Anche noi abbiamo contribuito a tutto questo, non siamo stati in grado di dire parole significative in grado di farli innamorare della vita, in grado di motivarli a lottare fino all’ultimo pezzo di cuore, al primo fallimento, il nostro o il loro, abbiamo indietreggiato, ci siamo chiusi, in un rigore sempre più sordo.

Solo la vita è in grado di guarire la vita, sicuramente dovremmo affidare a loro, la possibilità di parlarsi, di contagiarsi di passione verso l’esistenza, invece che renderli piccoli esperti di mali e medicine. Dieci motivi per cui vale la pena vivere chiedeva un giovane Proust… lo abbiamo mai chiesto ai nostri figli? Ce lo siamo mai chiesto noi stessi.

Ci siamo ingannati ed abbiamo ingannato loro, i nostri ragazzi, nel pensare che la vita fosse un processo di ascesa verso forme sempre più complete e perfette di felicità da realizzare. La vita è difficile per semplicità, ammonisce Rilke e la semplicità è la determinazione meno semplice da ottenere nella vita, comporta un grande sforzo, un lavoro continuo di impoverimento per ritornare alle cose stesse, alla meraviglia del loro mostrarsi. Per loro stessa natura gli adolescenti hanno bisogno di superarsi, di provare la propria forza, di desiderare, in una sfida continua che permette di costruire un sentimento identitario capace di vivere il conflitto, ma se la lotta, l’impegno, il desiderare vengono svuotati del valor delle parole che sostengano i loro atti, il mondo rimane orfano e l’identità non potrà che patirne la lacerazione. L’unico linguaggio, per comprendere i propri figli, rimane l’alleanza etica che ogni vita autentica reclama. Il viaggio che l’anima compie verso se stessa è sempre a ritroso, come ricorda Simon Weil, riannodare le fila delle parole in famiglia, nella scuola, perché siano di ammonimento e guida.

*Gianfranco Salierno è psichiatra e direttore Csm di Magione. Paola Bianchini, già assegnista di ricerca presso l’università di Perugia prima in Estetica e poi in Filosofia teoretica, dopo esser stata assistente universitaria, lavora da tempo nei processi di personalizzazione in medicina finalizzati al miglioramento delle risorse umane e allo studio fenomenologico in campo di salute mentale. Attualmente collabora con il Csm di Magione

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