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20 giugno 2016 Ultimo aggiornamento alle 16:06

Appaltopoli, ordinanza Corte d’appello di Perugia: ‘Con tutta evidenza intercettazioni sono utilizzabili’

Tredici telefonate del 2007 sull'ipotizzata associazione a delinquere sono state trascritte ed entrano nel fascicolo. In primo grado erano state bocciate. Si preannuncia un'altra battaglia

Appaltopoli, ordinanza Corte d’appello di Perugia: ‘Con tutta evidenza intercettazioni sono utilizzabili’
Il pm Manuela Comodi (foto F. Troccoli)

di Enzo Beretta

«Implicitamente ma con tutta evidenza» sono utilizzabili le intercettazioni telefoniche nel processo Appaltopoli. Lo scrive la Corte d’appello di Perugia nella nuova ordinanza. Il presidente Maria Rita Berardi lascia intendere che con ogni probabilità quelle 13 telefonate verranno utilizzate per la decisione finale. L’unica contestazione ancora salva dalla prescrizione – almeno fino a metà settembre – è l’associazione per delinquere.

«Ordinanza superata» Le intercettazioni della squadra mobile erano state bocciate con un provvedimento del tribunale ma «il contenuto dell’ordinanza resa in primo grado circa la loro inutilizzabilità», «anche sulla scorta di alcune pronunce da parte della Cassazione nel corso del presente procedimento», è «superato».

Requisitoria a luglio Il sostituto procuratore generale Dario Razzi inizierà la propria requisitoria l’11 luglio tenendo conto, a questo punto, delle 13 intercettazioni in cui alcuni tra i principali imputati – secondo l’accusa – si accordavano per spartirsi la torta degli appalti della Provincia. Il perito trascrittore, infatti, un mese fa aveva ricevuto l’incarico e oggi ha consegnato il lavoro terminato.

Battaglia sulle intercettazioni Trascrivere tutte le conversazioni – visti i termini di prescrizione già maturati – sarebbe stato inutile e dispendioso sia in termini economici che di tempo. Alcuni difensori, in particolar modo gli avvocati Nicola Di Mario e Franco Libori, stamani hanno tentato di far trascrivere un’altra decina di chiamate ma i giudici hanno respinto le richieste ritenute talvolta «intempestive» o «generiche». «Il diritto di prova è stato assicurato alle parti – ha messo nero su bianco il presidente del collegio – visto che le stesse erano a conoscenza del contenuto del materiale, dell’appello del Pm che ne chiedeva l’acquisizione e la trascrizione. Costituendo tale questione il fulcro del gravame della stessa si è ampiamente discusso ed è stato assicurato con riguardo ad essa il diritto al contraddittorio a tutte le parti nel corso dell’udienza del 16 maggio». Sul punto già si preannuncia l’ennesima battaglia in punto di diritto anche perché nell’ordinanza emessa nel corso della precedente udienza era scritto: «Impregiudicata ogni ulteriore valutazione sulla utilizzabilità delle intercettazioni all’esito della discussione».

«Capi-mafia» Le chiamate attorno alle quali ruota la questione risalgono all’estate del 2007. Nell’appello contro la sentenza del tribunale la Procura si sofferma sull’ipotizzata associazione a delinquere e scrive: «Il tribunale non ha potuto non riconoscere la sussistenza del reato associativo emerso a chiare lettere dalle prove ritenute utilizzabili e che vedeva come compartecipi i principali imprenditori umbri del settore delle costruzioni e manutenzioni stradali e i funzionari provinciali preposti alla gestione delle procedure di assegnazione degli appalti». Il pm Manuela Comodi si concentra sulla figura di Massimo Lupini della Seas Spa, «intermediario tra il gruppo imprenditoriale e i pubblici ufficiali», «incaricato sia di compiere le attività di turbativa d’asta sia di raccogliere presso gli aggiudicatari il denaro che sarebbe servito per pagare il prezzo della corruzione dei funzionari che di volta in volta avevano prestato la loro opera affinché le procedure di affidamento si svolgessero nei termini dettati da quelli che Lupini stesso definisce ‘capimafia’ nella conversazione telefonica del 5 agosto 2007».

«Immeritata riabilitazione» Sempre stando a quanto scritto nel ricorso, «tuttavia, non potendo disporre delle intercettazioni telefoniche il giudice di primo grado ha operato una decimazione del gruppo associativo, elidendo proprio le figure apicali del medesimo, prima fra tutti quella di Carlo Carini che da protagonista incontrastato degli accordi criminosi emergenti dalle telefonate ottiene dalla sentenza un’immeritata ‘riabilitazione’ che non riguarda solamente il reato associativo ma anche altri gravi reati da egli commessi ma ritenuti in sentenza non dimostrati». Nell’appello compare la parola «mafia e per quanto riguarda l’affidamento di alcune opere «relative alle gare» del Tevere «si percepisce che Lupini ha già fornito una ‘lista’, presumibilmente delle ditte che si dovranno aggiudicare i lavori». «I membri del ristretto gruppo oligarchico – scrive la Comodi – gestivano e mantenevano in modo illecito i delicati equilibri dell’imprenditoria umbra».

La difesa Lupini «Ho l’abitudine di prestare rispetto alle decisioni giudiziarie – ha dichiarato l’avvocato Nicola Di Mario, difensore di Massimo Lupini -. Altra cosa però è condividerne i contenuti. L’ordinanza della Corte d’appello di Perugia non mi convince e per questo motivo ne riserbo specifica impugnazione nei termini e secondo le modalità previste dal Codice di rito».

©Riproduzione riservata

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